Dal carbone al gas: l’Italia non investe sulla transizione ecologica ma sui combustibili fossili

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Luigi Di Fonzo
Direttore responsabile. Giornalista professionista, poeta, saggista, esperto di musica pop-rock, ama leggere e viaggiare. Due azioni complementari: spesso grazie alla lettura viaggia anche se è a letto e spesso legge mentre è in viaggio. Colleziona fumetti, in primis quelli di Andrea Pazienza e Hugo Pratt.

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Foto di ds_30 da Pixabay

È stata battezzata la “Super Lega del fossile”, ma a differenza delle sventurate squadre di calcio che alcune settimane fa tentarono di creare un campionato parallelo a quello della Champions, le società che la formano hanno già a disposizione i miliardi di euro messi a disposizione dal Capacity Market approvato dal governo italiano il 28 giugno 2019. Obiettivo del Capacity Market è quello di affiancare la progressiva dismissione delle centrali a carbone tutelando la capacità della rete a garantire adeguate forniture di energia elettrica attraverso le centrali a gas. Un piano per cui le aste sono già state assegnate e che prevede la produzione di milioni di watt a partire dal 2025, anno in cui è prevista la chiusura delle centrali a carbone. Ma il gas – come il carbone e il petrolio – non è ugualmente un combustibile fossile?

Il gas preferito alla transizione ecologica

Invece di puntare sulla transizione ecologica, i grandi operatori lanciano 19 nuovi progetti di centrali a gas. Terna, operatore unico della rete elettrica nazionale, ritiene infatti il gas più affidabile e programmabile delle energie rinnovabili. Eppure la scelta si scontra implicitamente con i dati sulla rilevanza del gas per il sistema elettrico. Secondo le stime di Snam e Terna riprese da uno studio pubblicato ad ottobre da Legambiente, i consumi di gas metano in Italia «sono in diminuzione e in base alle previsioni non raggiungeranno i 30 miliardi di metri cubi nel 2025 e i 26 miliardi di metri cubi nel 2030». A conti fatti, sarebbe possibile compensare l’uscita dal carbone utilizzando esclusivamente il parco termoelettrico esistente. Secondo Legambiente, sarebbe sufficiente aumentare le ore medie annue di esercizio delle centrali termoelettriche, passando quindi dalle attuali 3.261 a 4.000.

Il report di ReCommon

«Terna predilige ancora i grandi impianti fossili ai sistemi di accumulo con batterie o alla gestione intelligente della domanda per far fronte all’intermittenza della produzione elettrica da rinnovabili. Ancora una volta si ricade nel dogma della centralizzazione della produzione energetica su grossi impianti con le dovute conseguenze su territori già da tempo colpiti dagli impatti del carbone». Nel report pubblicato il giorno precedente all’assemblea degli azionisti di Enel, l’associazione ReCommon ha pubblicato un report dal titolo “La Super League del fossile: Enel continua a tradire la transizione per il gas”. È interessante scoprire come nelle aste 2022 e 2023 dieci società si siano spartite progetti per 2,45 miliardi di euro. La parte del leone l’ha fatta proprio Enel, aggiudicandosi contratti totali per circa 802 milioni di euro. Sul podio seguono A2A con 341 milioni ed Edison con 294 milioni. Da segnalare anche i 251 milioni ottenuti da Eni e gli oltre 180 conquistati da Sorgenia ed EP. In totale, le prime dieci aziende per incassi complessivi si sono aggiudicate contratti per 2,45 miliardi lasciando alle concorrenti poco più di 320 milioni di euro.

(dal sito enel.it)

Un freno alla decarbonizzazione

Secondo i dati diffusi da Terna, nel 2019 l’Italia poteva vantare 119,3 Giga Watt di potenza produttiva efficiente a fronte di un picco massimo di consumo, rilevato il 25 luglio, di 58,8 GW. Un dato significativo, nell’ultimo anno di piena normalità pre-pandemia, decisamente inferiore al picco massimo di potenza storicamente richiesta poco oltre quota 60 GW. Un sistema elettrico a dir poco ridondante: e allora? Perché continuare a puntare sulla combustione fossile piuttosto che puntare sulle rinnovabili? «Terna», suggerisce nel report di ReCommon Francesco Ferrante, vicepresidente di Kyoto Club «preferisce mettersi in sicurezza e a costo di apparire conservatrice e nemica dell’innovazione, sostiene di sì e gradirebbe avere a disposizione un gap più ampio». Il problema è la programmabilità. Per anni ci si è abituati a considerare questa variabile come un attributo esclusivo del comparto gas/carbone. Ma nel contesto attuale cresce la sensazione che il gestore stia sottovalutando il peso della tecnologia e il suo impatto.

Come fermare questa finta difesa dell’ambiente?

La leva più efficace potrebbe essere quella della anti economicità degli investimenti e della scarsa competitività degli impianti stessi, incapaci, secondo un’analisi pubblicata da Carbon Tracker nel marzo 2021, di reggere la concorrenza con le energie pulite. «I Clean Energy Portfolios (CEP), una combinazione di fonti di energia pulita e tecnologie flessibili, non solo sono più economici rispetto ai 14 Giga Watt delle nuove centrali a gas», si legge nello studio, «ma offrono anche lo stesso livello di servizi di rete». Da anni, per altro, Carbon Tracker rileva come gli impianti alimentati da fonti fossili debbano essere considerati come veri e propri asset “incagliati” (stranded assets), ovvero come risorse destinate a svalutarsi progressivamente fino a essere messe completamente fuori gioco dalle politiche di contrasto al cambiamento climatico. «Investendo in nuovo gas», prosegue il rapporto, «gli investitori si stanno esponendo a un rischio di stranded assets per 11 miliardi di euro. Scegliendo l’energia pulita, al contrario, il risparmio annuale di CO2 sarebbe pari a 18 milioni di tonnellate, equivalente al 6% delle emissioni totali del 2019».

Al ministro Cingolani l’invito a rifarsi un po’ di conti. Non solo per evitare altri investimenti “a perdere”, ma soprattutto per dare realmente il via alla transizione ecologica.

 

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