L’Aquila: elaborazione e memoria. Come ci si ricostruisce dopo un terremoto. Il racconto di Ilaria Carosi

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Quel giorno la differenza era tra vivere e morire”.
Una frase che urla. Ma che illustra una verità semplice, ma lacerante.
Fermiamoci un attimo su queste poche parole.
Il 6 aprile probabilmente lo abbiamo tutti chiarissimo in mente.
Tutti ricordiamo dove eravamo, cosa abbiamo sentito, se quella notte la tremenda scossa ci ha svegliato. Ma il terremoto non è solo cosa dell’Aquila. È il dolore di tutti.
Perché se quella notte non c’ero io, non c’eri tu, il bottone da lutto lo ha comunque addosso ognuno di noi. Come la consapevolezza che vivere in un paese ad alto rischio sismico, con metà del patrimonio edilizio scolastico costruito prima del 1970, ci deve far tremare ogni giorno.

La frase di consapevolezza con cui abbiamo aperto questo articolo è di Ilaria Carosi, psicologa e psicoterapeuta dell’Aquila. Che vive ancora all’Aquilla. E che nel terremoto ha anche perso la sorella Claudia.

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Ilaria, nelle interviste di questi giorni, fra le cose che mi hanno colpito, c’è stata l’evidenza che L’Aquila si è spostata dal centro al fuori città e da 10 anni si vive in una realtà alternativa. Da psicologa come leggi l’impatto sociale di questa nuova realtà?

La città si è estesa su un territorio più vasto di prima: le new town. Le distanze sono aumentate, è più difficile incontrarsi, specie per chi non guida o per gli anziani oggi costretti a vivere in luoghi diversi. I cantieri aperti, la viabilità: L’Aquila è una realtà in continuo mutamento. E mentre cambia, noi ci viviamo dentro.
Anche vivere gli spazi è cambiato. Ci sono bambini che non hanno mai visto una scuola “vera”, in muratura, abituati da sempre ai M.U.S.P., i moduli ad uso scolastico provvisorio.
So che stanno ricostruendo una sola scuola, nel quartiere Pettino, con fondi del 2013.

Il terremoto toglie tutto. Dà anche qualcosa?

In questo metamorfosi raccontata prima, c’è un aspetto positivo: che gli adolescenti e i ragazzi di 20 anni si sono riappropriati di una serie di zone che avevano vissuto poco.
Ad esempio c’è il Parco del sole, inaugurato la scorsa estate, che i giovani hanno scelto per fare un’assemblea pubblica. Gli adulti, dopo 10 anni sono stanchi. I ragazzi hanno voglia di fare. Hanno dato vita ad una nuova associazione, Ju parchetto con noi: si riuniscono per raccogliere immondizia in luoghi che decidono prima.
Da qualche mese a questa parte c’è il progetto per la casa dello studente.
A vincere il concorso di idee è stato un gruppo di giovanissimi studenti, ingegneri ed architetti, non ancora laureati. Lo hanno pensato e progettato, partendo dal riflettere su cosa volevano riavere. In questo brainstorming sono partiti da alcune parole chiave, fra le altre: vuoto, memoria, futuro.
Perché, hanno spiegato, il luogo deve rappresentare un binomio tra il rendere omaggio agli studenti morti la notte del 6 aprile e, al tempo stesso, fare in modo che la memoria viva.

Lo stato di emergenza ha fatto da collante sociale?

Molti abitano nei progetti casa ed hanno vicini di casa diversi da quelli di prima. Si devono costruire relazioni ex novo. Anche i progetti C.A.S.E. sono in continuo cambiamento.Tanti hanno venduto. Ci sono stati sostituzioni edilizie, ovvero chi aveva una casa in zone inaccessibili ha venduto allo Stato.
Queste dinamiche in un primo momento hanno creato un sentimento di solidarietà. Poi sono nati conflitti sul nulla. Avere accanto persone che non si conoscono, aumenta la diffidenza.

Cosa ti ha colpito maggiormente a livello professionale?

Che molti traumi si sono rivelati sulla distanza. Alcuni sono emersi dopo le scosse di Amatrice, che hanno riattivato stati di insonnia, ansia, depressione e sconforto.

Come ci si ricostruisce?

Tanti hanno iniziato a prendere parte ad attività associative, altri ad azioni civiche. Chi ai comitati per le scuole sicure. Come familiari delle vittime ci siamo impegnati in attività di giustizia.
Sembra sempre che il problema sia solo di chi lo subisce, ma, ad esempio, la tematica delle scuole sicure riguarda tutta Italia.
Interessante, negli ultimi anni, è stata l’esplosione creativa che c’è stata.
Dopo un evento drammatico, ci si butta di più. E l’elaborazione di quanto accaduto porta anche a scrivere, dipingere. Anche se certamente non è facile: manca il lavoro, bisogna occuparsi di diverse contingenze, che vanno dalle pratiche di ricostruzione della propria casa, ad una serie di problemi legati alla quotidianità del centro storico. Per molti può essere scontato recarsi in un bar per un caffè. Qui può capitare che il bar non possa farlo perché hanno chiuso l’acqua in una zona della città. E questo può accadere 3-4 volte al mese.

Ogni anno, che lo si voglia o no, sul calendario c’è la data del 6 aprile. Come si vive l’anniversario?

Sono stata al Vajont e sono stata colpita da come siano tutti d’accordo su come la cittadinanza sia unita per la memoria.
Qui la cittadinanza è divisa. C’è chi si impegna per la memoria e commemorazione dei defunti. Chi non vede l’ora che sia il 7 aprile. Per chi ha un lutto il 6 aprile è tutti i giorni.

Il racconto, la commemorazione hanno un valore catartico?

All’Aquila non abbiamo un luogo pubblico per la memoria.
In tantissimi operano ed hanno operato in termini di rimozione, che è diverso dall’elaborazione.
L’evento non viene naturalmente inglobato nella vita.
Ma ognuno di noi necessariamente deve fare i conti con un prima ed un dopo.
Gli eventi traumatici creano sempre questa scissione, una frattura psichica tra il prima ed il poi.
Ci sono delle aree del cervello in cui il trauma resta in un certo modo scritto. Si vede dalle risonanze magnetiche. Sottoposte a stimoli particolare, come ad esempio la parola terremoto, si attivano delle aree del cervello a chi ha subito l’evento.
La mancanza di un luogo della memoria probabilmente si spiega perché la gente non è pronta.
Dopo il monologo di Paolini tutti gli abitanti del Vajont hanno iniziato a raccontare. Non tutti sono pronti per fare i conti con l’evento vissuto.

Oltre ad essere una psicologa, sei anche una cittadina dell’Aquila e familiare di una vittima del terremoto. Come ti ricostruisci tu?

Io di vite ne ho almeno due. Questa cosa mi è stata chiara sin da subito. Ho capito che sotto le macerie potevo esserci io. Questo mi ha dato una dimensione diversa rispetto a chi piangeva la casa, il lampadario.
Quel giorno la differenza era tra vivere e morire.
In questi anni ho cercato di onorare la vita. L’ho fatto professionalmente, sono diventata mamma, ho voluto dare una mano ad Amatrice.

Come immagini L’Aquila fra 10 anni?

Con scuole ricostruite in maniera sicura. Spazi in cui vivere in modo sereno.
Ho un figlio di 6 anni. Mi aspetto che sia una città da vivere. Non solo a livello di sicurezza, ma anche di offerta. Parlo ad esempio dell’Università. Mi aspetto che diventi un posto in cui la qualità della vita sia buona.
Lo credo possibile.

Ilaria Carosi

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Monia Donati

Direttore responsabile. Giornalista, esperta in comunicazione e marketing, curiosa del mondo.


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