Referendum ed elezioni: tornano i partiti storici della Prima Repubblica

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L’Italia torna alle urne sotto il segno del Covid. Nei giorni 20 e 21 settembre prossimi ben 51 milioni e 559 mila italiani saranno chiamati a votare per il referendum confermativo, e decidere se approvare o meno il taglio del numero dei parlamentari.
Tra questi, 18 milioni e mezzo di italiani dovranno eleggere i nuovi governatori e i nuovi consigli regionali in Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana, Valle d’Aosta e Veneto.
E sempre tra i 51 milioni e passa di elettori, altri 5 milioni e 725 mila dovranno eleggere il sindaco in oltre mille comuni (ma in Sicilia e in Sardegna si voterà a ottobre) e in 15 capoluoghi di provincia e 3 di regione.
Ben 49 i candidati alla presidenza di sei regioni, mentre il presidente della Val d’Aosta (regione a statuto speciale) verrà eletto dal consiglio in carica.

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Come oramai consuetudine, ai principali partiti e movimenti che scendono in campo per governare regioni e comuni si sommano numerose liste civiche.

Tra queste formazioni ce ne sono però alcune che hanno nomi importanti, retaggio di una grande storia politica

Liste in alcuni casi ridotte a tirapiedi di alleanze non sempre omogenee, e che quando si presentano da sole devono fare i conti con basse percentuali di consensi, quando va bene il 2 per cento. Ma che hanno una storia che val la pena di essere conosciuta. Nostalgia di Prima Repubblica? Il riferimento è ad alcuni simboli ricomparsi anche in occasione delle prossime elezioni regionali: quelli della Democrazia Cristiana (in Liguria e in Puglia), del Partito Comunista (Toscana e Marche), del Partito Socialista (presente in Liguria e nelle Marche con Italia Viva) e del Msi – Fiamma Tricolore (Puglia), partiti la cui storia difficilmente un giovane elettore nato agli albori del Duemila potrà conoscere. Così come difficilmente conoscerà i nomi di Antonio Gramsci, Giacomo Matteotti, don Luigi Sturzo, Palmiro Togliatti, Filippo Turati, Pietro Nenni, Alcide De Gasperi, Giorgio Almirante, Pino Romualdi, Sandro Pertini, Francesco De Martino, Giulio Andreotti, Aldo Moro, Bettino Craxi ed Enrico Berlinguer. Abbinare tali nomi a partiti che oggi rappresentano il contorno, se non l’elemento folcloristico, di una competizione elettorale risulta invero difficile anche agli elettori più anziani.

Il Partito Socialista

Pochi tra i giovani elettori chiamati alle urne in Liguria e nelle Marche sapranno, ad esempio, che il Partito Socialista è il più antico dei partiti politici italiani. Il “Partito Socialista Rivoluzionario Italiano” tenne il suo primo congresso nazionale a Forlì nel 1884, ma alla sua fondazione, nel 1982 a Genova, adottò il nome meno aggressivo di “Partito dei Lavoratori Italiani”. L’anno dopo, a Reggio Emilia, al nome venne aggiunto il sostantivo, e divenne “Partito Socialista dei Lavoratori Italiani”. Al congresso nazionale di Parma, nel 1985, assunse il nome definitivo di Partito Socialista Italiano. Messo al bando dal fascismo, dal 1943, a seguito della fusione con il Movimento di Unità Proletaria, la sua sigla da PSI si trasformò in PSIUP, “Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria”, ma dal 1947 tornò a diventare Partito Socialista Italiano a seguito della scissione di Palazzo Barberini, dalla quale ebbe origine il PSDI, ovvero il Partito Socialdemocratico Italiano.

Il simbolo del partito divenne un libro aperto, sul quale poggiavano la falce e il martello, al centro di un sole luminoso: il sole dell’avvenire. Fino agli anni Sessanta il PSI mantenne forte l’alleanza con il Partito Comunista, partecipando al cosiddetto Fronte democratico popolare. I binari dei due partiti si divisero con le prime alleanze che i socialisti misero in atto con la Democrazia Cristiana di Amintore Fanfani e Aldo Moro a partire dal 1964, dando vita ai primi governi di centro sinistra. Una decisione che scatenò nuove scissioni e batoste elettorali.

Bisognerà attendere l’elezione a segretario di Bettino Craxi, nel 1976, e la conseguente svolta ideologica anti marxista (nel simbolo solo un garofano rosso), per vedere in pochi anni il Partito Socialista crescere nei consensi fino ad arrivare, nell’agosto del 1983, al primo Governo Craxi, il primo governo italiano a guida socialista. Travolto dalle inchieste di Tangentopoli, il partito venne messo in liquidazione nel 1994 e il suo segretario fuggì in Tunisia. Dopo la nascita di varie formazioni a ispirazione socialista, nel 2009 la Costituente Socialista ha ridato vita al Partito Socialista e al suo simbolo originario.

(Archivio Storico PSI)

Il Partito Comunista

Quasi secolare è anche la storia del PCI, fondato il 21 gennaio del 1921 a Livorno con il nome di Partito Comunista d’Italia. Nato come sezione dell’Internazionale Comunista in seguito alla rivoluzione di ottobre sovietica e alla scissione dell’ala sinistra del Partito Socialista, il PCI assunse un ruolo determinante nella Resistenza, nella lotta al fascismo e alle truppe naziste che occupavano l’Italia. Passato all’opposizione nel 1947 dopo la decisione del primo ministro Alcide De Gasperi di estromettere le sinistre dal governo per collocare l’Italia nel blocco filo-americano, il PCI rimase fedele alle direttive politiche dell’Unione Sovietica fino alla fine degli anni Settanta.

Sotto la guida di Enrico Berlinguer nacque il “compromesso storico” con la Democrazia Cristiana: pur non essendo al governo, il PCI sosteneva le politiche della maggioranza attraverso un appoggio esterno, ma il feeling con la DC si interruppe dopo che il presidente del consiglio, Aldo Moro, esponente della Dc “di sinistra”, venne prima sequestrato e poi ucciso dalle Brigate Rosse. Nel 1984, sull’onda emotiva della morte di Berlinguer, il PCI conquistò circa il 34 per cento dei consensi alle elezioni europee, diventando il primo partito d’Italia e il più grande partito comunista dell’Europa occidentale. Tra il 1989 e il 1991, con la caduta del Muro di Berlino e dei paesi comunisti, sotto la segreteria di Achille Occhetto il PCI si sciolse, diventando il Partito Democratico della Sinistra (PDS). Il fronte marxista del partito, guidato da Armando Cossutta, si divise dando vita al Partito della Rifondazione Comunista. Nel 1998 Cossutta e Oliviero Diliberto lasciarono Rifondazione Comunista, che aveva tolto l’appoggio al secondo Governo Prodi, dando vita al Partito dei Comunisti Italiani (PdCI). Da allora il simbolo del PCI viene utilizzato dal Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea del segretario Maurizio Acerbo, dal Partito Comunista fondato nel 2009 da Marco Rizzo (ex PdCI) e dal Partito Comunista Italiano (2016) del segretario Mauro Alboresi, oltre che da altre formazioni come il Partito Comunista dei Lavoratori.

Don Luigi Sturzo al voto (da ilpopolo.news)

Più “giovani” le altre due formazioni politiche, pur se le loro origini sono precedenti alla seconda guerra mondiale.

Democrazia Cristiana

La Democrazia Cristiana è il partito fondato nel 1943 sulle ceneri del Partito Popolare di don Luigi Sturzo, ha governato l’Italia per oltre 50 anni e, come tutti i partiti della cosiddetta Prima Repubblica, si è sciolto nel 1994 per poi trasformarsi in formazioni dai nomi variegati (PPI, CCD, UDC, Democrazia Europea e Margherita), segnando anche un ritorno al nome Democrazia Cristiana nel 2006. La lista denominata DC è presente anche nella prossima competizione elettorale, anche se alle regionali corre con il centrosinistra in Liguria e con il centrodestra in Puglia.

Movimento Sociale Italiano

Il Movimento Sociale Italiano (prima solo MSI) è stato fondato nel 1946 da alcuni superstiti della Repubblica Sociale Italiana (RSI, nota anche come Repubblica di Salò) ed ex militanti e gerarchi fascisti. Alle prime elezioni democratiche il partito di ispirazione neo fascista si presentò insieme all’Unione dei Monarchici. L’apporto del MSI è stato determinante per la costituzione di alcuni governi di centrodestra a guida DC, essendo il partito più forte presente alla destra della Democrazia Cristiana. Con la segreteria di Almirante registrò consensi crescenti, soprattutto nel Mezzogiorno d’Italia. Nel 1995, con la segreteria di Gianfranco Fini, si è trasformato in Alleanza Nazionale (AN), costringendo le anime più ortodosse del partito (come Destra Nazionale) a staccarsi. Nel 2012 la scissione dal Popolo delle Libertà guidato da Silvio Berlusconi porta a un cambio di nome, e la sigla AN viene preceduta dal nome “Fratelli d’Italia”, partito che dal 2014 è presieduto da Giorgia Meloni. La forte caratterizzazione nazionalistica e sovranistica di Fratelli d’Italia non ha impedito ai conservatori più radicali di non aderirvi, riproponendo ancora il simbolo del MSI. Alle prossime elezioni la lista MSI- Fiamma Tricolore sarà presente in Puglia con il suo candidato governatore Pierfranco Bruni.

La presenza di questi partiti alla prossima competizione elettorale può quindi considerarsi di pura testimonianza?

Una testimonianza di fedeltà ad ideologie ormai quasi sparite non solo dall’Italia, ma dal mondo intero, bisognerebbe aggiungere. Sosteneva il grande psicanalista svizzero Carl Jung che gli uomini vivono di miti, e che senza miti saremmo come alberi senza radici. Ma la politica italiana, più che di miti del passato, avrebbe bisogno di riforme reali.

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Luigi Di Fonzo

Direttore responsabile. Giornalista professionista, poeta, saggista, esperto di musica pop-rock, ama leggere e viaggiare. Due azioni complementari: spesso grazie alla lettura viaggia anche se è a letto e spesso legge mentre è in viaggio. Colleziona fumetti, in primis quelli di Andrea Pazienza e Hugo Pratt.


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