Emergenza climatica e lotta a razzismo e odio: le piazze si riempiono, un nuovo ’68?

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Lottano per il futuro, per chiedere che i governi ascoltino la scienza e combattano la crisi climatica in corso.
Ma anche per contrastare la cultura dell’odio e del razzismo.
Le piazze si riempiono. Soprattutto di giovani, ma non solo. Le proteste aumentano, in ogni angolo del pianeta. Per chiedere che i diritti sacrosanti dell’uomo non vengano più calpestati.

Un nuovo ’68 è in atto?

Giovani in piazza

Photo by Korie Cull on Unsplash

Le proteste dei giovani nel mondo.

Il mondo sembra essersi svegliato dal torpore. Ed essersi dato appuntamento in piazza, a  ogni latitudine e longitudine. In un’ondata di proteste che riguarda giovani e non giovani in ogni angolo del pianeta.
Il 2019 verrà ricordato non solo per parole legate all’ambiente e per le proteste di Greta Thunberg. Passerà alla storia anche per altri movimenti, per lo più giovanili, in cerca di cambiamento. E di un futuro migliore per tutti.

Da più di un anno Greta Thunberg e i ragazzi di Fridays for future protestano in piazza in tutto il mondo ogni venerdì per una lotta ambientale senza precedenti. Sono già al quarto sciopero globale per il clima. Climate strike dopo climate strike aumentano le voci che si alzano, con milioni di persone pronte a difendere il pianeta. E il futuro di tutti.
Insieme a loro gli attivisti di Extinction Rebellion, che portano le loro proteste sotto le sedi dei diretti interessati per chiedere un cambiamento urgente.

In piazza non solo per il clima.

A Hong Kong da mesi le proteste vanno avanti per dire no alla legge sull’estradizione. Per continuare a essere autonomi dalla Cina. La polizia ha sedato le sommosse con mezzi anche pesanti. E sono stati diversi gli arresti.
In Libano manifestazioni dal basso chiedono che il sistema cambi.
Le proteste in Sudan iniziate un anno fa hanno portato alla defenestrazione di Omar al-Bashir al comando da 30 anni. Le proteste vanno avanti, sedate dai soldati anche nel sangue, con decine di vittime. Secondo fonti locali nella lotta per un governo di guida civile sono morte 250 persone.
In Algeria da aprile la popolazione è in piazza per cambiare il sistema.
A settembre manifestazioni in Egitto per chiedere le dimissioni del presidente, represse violentemente e con numerosi arresti.
In Iraq, grazie ai social network, è nato un movimento di protesta per mandare via i leader corrotti. E aiutare ie giovani a trovare lavoro. In una settimana sono morte più di 100 persone e un migliaio sono finite in manette.
Da ottobre in Ecuador si protesta per la sospensione dei sussidi sulla benzina. Dopo 7 morti, 1300 feriti, centinaia di arresti, il provvedimento è stato abrogato.
A Santiago del Cile si lotta contro la privatizzazione delle risorse naturali e dei servizi e per combattere le disparità. In strada sono arrivati anche i militari. Le proteste vengono sedate anche con la violenza. Oggi si scende in piazza anche per chiedere giustizia per Mimo, la giovane artista di strada torturata, seviziata, violentata e uccisa.
In Catalogna si protesta da ottobre contro le condanne della Corte suprema per i leader separatisti.
In Etiopia più di 60 persone sono morte nelle proteste contro il premier Abiy Ahmed, vincitore del Premio Nobel per la pace.

Proteste anche in Italia.

In Italia fa parlare il caso del movimento delle sardine. Nato per caso come flash mob, con il passaparola sui social, e diventato in breve tempo una realtà presente a livello nazionale.
Prima a Bologna, poi a Modena e via via in ogni piazza italiana, per quello che è un movimento di protesta contro la Lega di Matteo Salvini e, in generale, contro il clima di odio e il razzismo che si respirano in Italia. Il movimento è nato per raccontare un’altra Emilia Romagna in vista delle prossime elezioni regionali di fine gennaio. Un movimento di piazza, nato dal basso, senza bandiere e apartitico, a cui tutti possono aderire.
Non ci sono simboli, non ci sono bandiere, non ci sono parole ostili, come sottolineato dall’ideatore Mattia Santoni, 32enne laureato in Scienze Politiche. L’idea avuta con altri amici (Roberto Morotti, 31 anni, ingegnere, Giulia Trappoloni, 30 anni, fisioterapista e Andrea Garreffa, 30 anni, guida turistica) era semplice: portare in piazza un’altra Italia. Non quella dell’odio, del populismo, degli insulti.

A Bologna, mentre Matteo Salvini parlava al Paladozza, in Piazza Maggiore c’erano 15mila persone.
A Modena erano 7mila. Hanno dovuto scegliere una piazza più grande, perché tutte quelle sardine, stipate strette strette a manifestare pacificamente, non ci stavano.
E poi Firenze, Torino, Rimini. E poi Napoli, con l’appuntamento del 30 novembre, spostato a Piazza Dante per sicurezza e per avere più spazio, viste le tante adesioni.

Giovani in protesta

Photo by Max Böhme on Unsplash

Futuro è la parola chiave.

Lo è per i ragazzi di Fridays for future che il 29 novembre 2019 scendono in piazza.
Lo è per tutti gli altri movimenti, che chiedono un cambiamento veloce e radicale.
Contro un sistema che non appartiene più alle giovani generazioni.
Per garantire a tutti eguali diritti.

Una lotta per il futuro che, nella maggior parte dei casi, è non violenta. Ma che viene zittita da azioni che possono anche essere violente. E causare purtroppo delle vittime.
Proteste che nascono dal basso. Dalla piazza o da quei social network che altro non dovrebbero essere che una piazza virtuale. Dove confrontarsi e non dove scontrarsi. Piazze virtuali dove parlare, riflettere, dialogare. E non dove esprimersi per slogan, per frasi fatte, con insulti e parole ostili.

Pace

Photo by Javardh on Unsplash

Un nuovo ’68 o qualcosa di diverso?

C’è chi vede nei nuovi movimenti giovanili un nuovo ’68. A partire da quello avviato da Greta Thunberg, che nella sua lotta ambientalista ricorda molto quella dei ragazzi di qualche decennio fa.

Cambiare rotta, rallentare, ridurre la nostra impronta sul pianeta, lottare per i diritti di ogni essere umano, trovare nuove strade da percorrere e nuovi leader che siano pronti ad affrontare il cambiamento che, lo si voglia o no, è in atto.
Pensare alle future generazioni che saranno quelle che dovranno pagare il prezzo più alto di scelte sconsiderate di oggi.

Sarà un nuovo ’68? O sarà qualcosa di diverso? Alle domande che i giovani pongono oggi saranno date risposte o si continuerà a rimanere sospesi in un limbo di incertezze? Solo la storia futura potrà dircelo.

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Patrizia Chimera

Giornalista pubblicista di attualità e lifestyle. Spirito zen, curiosità innata, ama sempre mettere tutto in discussione


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