“Ero studente all’Aquila. Bastava uno sguardo per capire che eravamo parte della stessa comunità”: la storia di Luca Rosati

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Dimenticare L'Aquila è impossibile. Non portarla per sempre nel cuore inconcepibile. Per chi ha vissuto tramite immagini, video e audio il terribile terremoto del 2009 e soprattutto per chi ha vissuto sulla sua pelle un dramma condiviso dall'Italia e dal mondo intero.

Luca Rosati, oggi Social content specialist a Milano per Isobar Italia, originario di Vasto, nel 2009 studiava informatica all'Aquila. La notte del 6 aprile non la dimenticherà mai. La ricorda ogni anno. È nel cuore ogni giorno. E anniversario dopo anniversario è sempre più forte la speranza che la città possa tornare a essere bella e viva come un tempo.
Le sue parole, all'indomani della tragedia, fanno ancora venire i brividi. Le sue parole oggi, a dieci anni di distanza dal sisma abruzzese, suonano come un grido di speranza. Per una comunità che deve tornare a vivere.

Dieci anni! E ci penso ancora, tutti gli anni, come fosse successo solo qualche mese fa.

Ripenso a quella notte, all'Aquila, a quello che c’era prima e a quello che è diventato dopo. Ai tanti amici ormai lontani e a quella vita universitaria che, devo dire la verità, non mi faceva impazzire. Ma era piacevole vivere ogni giorno in compagnia di straordinarie persone. Erano bellissimi momenti tra studio e vita sociale.

Ripenso a quei mesi precedenti il fatidico giorno, quando il tremolio della terra diventava sempre più presente. Non erano più situazioni passeggere, ma quei secondi sempre più lunghi uniti a quei continui scricchiolii delle mura di casa si facevano sempre più forti e preoccupanti portandoci alla notte del 6 aprile che tutti noi conosciamo (il rumore del terremoto, da un video di History, Sky, ndr). E alle 3 e 32 ho avuto paura. Quella che se può darti panico e ansia, per fortuna a me ha dato la giusta forza per uscire, scappare di casa insieme al mio inquilino presente in casa.

La vita di tutti è cambiata quella notte. La vita di chi è rimasto, la vita di chi è andato via, la vita di chi ha perso familiari e amici. Io sono tra quelli che ha preferito restare. Ho creduto nella città, nella comunità e, quando dopo alcuni mesi, ho ripreso casa lì, l’ho potuto verificare sulla mia pelle.
Tanti universitari erano di nuovo all’Aquila. Certo, tanti benefici erano stati offerti a chi si sarebbe iscritto lì (zero tasse in primis), ma la situazione bellissima da vivere era il cercarsi a vicenda tra tutti, anche se non ci si conosceva. Ripenso a diverse uscite in quel centro storico transennato ovunque, quando mesi e mesi dopo alcune vie erano state riaperte, seppur con la presenza di militari e di un coprifuoco quotidiano. Uscite in cui si incrociavano gli sguardi di altri studenti sorpresi nel vedere ciò che c’era attorno. E bastava guardarsi negli occhi o scambiarsi un semplice saluto per capire che facevamo tutti parte della stessa comunità colpita direttamente o indirettamente.

Chi è rimasto all'Aquila e chi è andato via.

Sono rimasto lì all’Aquila per circa un altro anno, per portare avanti i miei studi, ma non è stato facile. La ferita del terremoto si è fatta sentire sempre in città. E sempre sarà così.
Diversi docenti avevano preferito andarsene, trasferirsi. Trasferimenti che per alcuni studenti erano stati invece vietati per non abbandonare la città. Sicuramente situazioni che fanno storcere tutt’ora il naso: all’epoca era terrificante non avere la possibilità di andarsene via per continuare gli studi in un altro posto più sicuro.

Dopo un anno lì, fino a luglio 2010, non volevo altro che stare con tutto il mio gruppo di amici. Eravamo più che una famiglia. Poi però la situazione attorno non si prospettava facile e l’università in sé ha iniziato a trattenermi sempre di meno, avevo bisogno di andare via, cercare nuova forza, nuovi obiettivi. Ho avuto un’occasione di lavoro a Milano, la città che mi attirava più di tutte, e ho deciso di buttarmi, di candidarmi. Ed è andata bene.

Con L'Aquila sempre nel cuore.

Ogni giorno, però, non ho mai abbandonato L’Aquila. Il mio pensiero è sempre lì. Grazie ai social riesco a sapere come stanno i miei amici lontani. Grazie ad alcune testate giornalistiche di cui mi fido riesco a sapere come sta la città. La ricostruzione è partita, ma non è facile ricostruire una città storica come L’Aquila, ricostruire i tanti monumenti aquilani ‘vittime’ di quella notte. E ricostruire questi monumenti significa ricostruire L’Aquila. È un circolo vizioso, ma è la triste realtà.

Negli ultimi anni hanno riaperto diversi punti focali del centro storico e tutti noi aspettiamo l’apertura di altre strutture non meno importanti. Penso alla basilica di Santa Maria di Collemaggio nel 2017 o alla chiesa delle Anime Sante a dicembre 2018, ma c’è tanto altro da fare.

È giusto ricordare ogni anno quello che è successo e rifletterci con sempre più tenacia, purché si agisca per far tornare L’Aquila a brillare come prima! E io glielo auguro davvero perché il 6 aprile mi ha fatto capire davvero quanto sia bella come città, sotto ogni suo aspetto.

di Luca Rosati

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Patrizia Chimera
Patrizia Chimera

Giornalista pubblicista di attualità e lifestyle. Spirito zen, curiosità innata, ama sempre mettere tutto in discussione


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