Il decreto “chiude” l’Italia, ma gli italiani non sanno rispettare le regole. Qual è il problema?

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Una misura mai presa prima. Un evento unico e raro per la storia del nostro paese. E della nostra democrazia. Giuseppe Conte nella serata del 9 marzo 2020 annuncia che tutte le misure fino ad allora prese per le zone considerate più a rischio (la regione Lombardia e 14 province italiane) sarebbero state estese a tutta l’Italia.
Tutta l’Italia è diventata una zona rossa. Perché i casi di Coronavirus aumentano. Siamo il secondo paese dopo la Cina per numero di casi. E purtroppo anche le morti aumentano.

Tutta l’Italia è diventata zona rossa. Anche grazie a chi non ha rispettato le regole.

Non solo dobbiamo proteggere i più deboli, chi è immunodepresso, gli anziani. Dobbiamo anche proteggere il nostro sistema sanitario nazionale. Che potrebbe collassare. I posti letto, soprattutto in terapia intensiva, e i respiratori potrebbero non bastare per tutti. E c’è anche la possibilità che i medici siano costretti a scegliere chi salvare e chi, invece, lasciare al proprio destino. Per necessità. Perché in casi di emergenza c’è chi è obbligato a fare delle scelte dolorose.

Coronavirus, il bollettino della Protezione civile.

Scelte dolorose come quella presa dal governo Conte, sicuramente non a cuor leggero, di dichiarare di fatto il lockdown per tutta l’Italia. Siamo tutti in una zona rossa. Dobbiamo stare a casa il più possibile. È l’unica possibilità per limitare i contagi, come spiegano gli esperti.
L’ultimo bollettino della Protezione civile (9 marzo 2020, alle ore 18 circa) parla di 7.985 contagiati in tutto (1.598 in più rispetto all’8 marzo). 463 deceduti totali (97 in più rispetto al giorno prima). I guariti sono 724, 102 nelle ultime 24 ore.
Dei pazienti risultati positivi, 4.316 sono ricoverati in ospedale con sintomi, 2.936 in isolamento domiciliare, 733 sono in terapia intensiva o subintensiva.
Le strutture sanitarie interessate reggono al momento. Ma la situazione è delicata. E il rischio è che non ci siano più posti letto in terapia intensiva. Non ci sia più modo di curare chi si ammala gravemente. Per questo tutti dobbiamo prenderci la responsabilità di aiutare medici, infermieri, operatori sanitari. Come? Non uscendo di casa. Evitando i contatti con le persone. Limitando gli spostamenti. Proteggendo chi ha bisogno di protezione. Ascoltando per una volta la scienza e gli scienziati. Facendo quello che le autorità ci chiedono di fare.

Cosa vuol dire vivere in una zona rossa?

Bisogna uscire solo se è necessario. Si può andare a lavorare, se non si può operare in smart working, lavorando da casa. Ma i datori di lavoro possono anche decidere di concedere congedi e ferie. Per limitare gli spostamenti non necessari.
Per motivi di salute e di comprovata necessità si può uscire. Come ad esempio per fare la spesa. Ma non portando tutta l’allegra famigliola al centro commerciale. Una persona per famiglia esce per comprare i beni di prima necessità. Adottando tutte le misure utili per prevenire eventuali contagi.
Si può uscire per una passeggiata, per prendere un po’ d’aria. Ma evitando assembramenti. Si può uscire con i bambini, insegnando anche a loro le buone norme di comportamento (anche se loro dimostrano di essere molto più intelligenti di tanti adulti, adattandosi e riformulando i loro comportamenti per aiutare chi ha bisogno). Ma bisogna mantenere le distanze consigliate, almeno un metro tra una persona e l’altro. No alle uscite di gruppo. Tutto quello che può essere evitato deve essere evitato.

Bisogna evitare assembramenti in luoghi pubblici o aperti al pubblico.

Chiusi cinema, teatri, palestre, pub, discoteche e locali simili, piscine, centri benessere, centri termali, centri culturali e ricreativi. E chiusi gli impianti sciistici. Perché c’era chi invitava i ragazzi in assenza forzata da scuola a riversarsi sulle piste da sci. Un comportamento irresponsabile e pericoloso.
Sospese le messe e ogni cerimonia religiosa e civile, compresi matrimoni e funerali.
Nei festivi e nei prefestivi centri commerciali chiusi. A eccezione dei negozi di alimentari, farmaci e para-farmacie, che rimarranno aperti. Perché rappresentano un servizio essenziale per la popolazione.
Bar e ristoranti aperti solo dalle 6 alle 18. E spetta ai gestori garantire la sicurezza del personale e dei clienti: chi viola le norme, rischia grosso.
Chi ha più di 37,5 di febbre deve stare a casa e chiamare subito il medico curante. Se si è positivi al test ed è in quarantena si deve stare a casa. Non si deve uscire. Bisogna stare in isolamento.
Non bisogna andare nell’ambulatorio del proprio dottore o presentarsi in ospedale al pronto soccorso. Ci sono dei numeri di telefono dedicati.

Per chi trasgredisce le regole sono previste multe. E in alcuni casi anche l’arresto. Perché è ora di dire basta ai furbetti che mettono a rischio la salute di tutti.

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Photo by Nick Fewings on Unsplash

L’Italia dei più furbi. Che pensano in modo egoistico.

Abbiamo un problema. E anche preoccupante, che in questi giorni di emergenza per l’epidemia di Coronavirus che non sembra volersi arrestare si fa decisamente più evidente.
Gli italiani non sanno rispettare le regole. E lo hanno dimostrato nel peggiore dei modi. Saccheggiando i supermercati, scappando dalla Lombardia appena dichiarata zona rossa rischiando di portare il virus ad amici e famigliari al Sud, non rispettando semplici regole di comportamento che potrebbero arrestare l’avanzata di un virus che dal punto di vista della salute e dell’economia può far male.
Che problema abbiamo? Perché non sappiamo rispettare le regole? Perché dobbiamo sempre pensare di essere i più furbi ad aggirare nome di comportamento? Dov’è finito, se mai lo abbiamo avuto, il nostro senso civico?

Come siamo arrivati a questo punto?

Certo, per colpa di un virus che non conosciamo e che dobbiamo combattere con ogni mezzo a nostra disposizione. Ma anche per colpa di chi ha pensato solo a se stesso. Egoisticamente e senza dimostrare un briciolo di buon senso.
Dal 21 febbraio, quando ci siamo svegliati in piena emergenza Coronavirus in Italia, gli esperti ci dicono che non dobbiamo uscire di casa. Ci sono stati problemi di comunicazione, sottovalutazioni, soprattutto all’inizio, ma è da giorni che è chiara la via da seguire.
Eppure c’è chi, anche nelle zone rosse, ha continuato a vivere la sua vita come se nulla fosse. Andando a fare aperitivi in locali affollati, partecipando a rave party, lasciando la propria casa nelle zone rosse per tornare da famigliari e amici in regioni ancora non colpite. O partendo per le vacanze, come se nulla stesse succedendo.
C’è anche chi era in quarantena e positivo al virus che ha pensato bene di andare a sciare. Di lasciare il proprio domicilio. Mettendo tutti a rischio. Per loro sanzioni severe per quello che di fatto è un reato penalmente perseguibile.

Il New York Times si è chiesto se noi italiani saremmo stati in grado di seguire le regole imposte dal governo. A differenza della Cina, noi siamo un paese democratico non abituato a imposizioni così rigide. E siamo un popolo che se può trova sempre un escamotage per aggirare le regole.
E lo dimostra anche il Telegraph, con un reportage da Rimini che svela quanto siamo irresponsabili. Quanto siamo ciechi di fronte a una situazione che richiede la collaborazione di tutti.
La Corea del Sud che abbiamo scavalcato in numero di nuovi casi ci dimostra che seguendo le regole il contagio diminuisce. La stessa Cina dopo un mese e mezzo di emergenza inizia a respirare. Perché tutti hanno fatto la loro parte. Autorità, personale medico e cittadini.

Cosa deve succedere ancora in Italia per capire che nessuno può tirarsi indietro?

iostoacasa

Photo by Annie Spratt on Unsplash

#IoStoACasa, perché mi voglio bene e voglio bene agli altri.

Questo l’hashtag di riferimento, #iostoacasa. Da diffondere e condividere.
Io sto a casa dimostrando di avere buon senso e senso civico.
E dimostrando al mondo di non essere il solito furbetto italiano che cerca sempre una vita di uscita alle regole.
Io sto a casa perché amo il mio paese.
E non vedo l’ora che questa emergenza sia finita.
Io sto a casa nel rispetto di chi ha bisogno di protezione.
Per non avere sulla coscienza il peso di un contagio o di un morto.
Io sto a casa perché così facendo aiuto medici, infermieri, operatori sanitari.
Che nonostante i tagli alla sanità degli ultimi anni stanno facendo miracoli.
Io sto a casa perché mi voglio bene.
E perché voglio bene agli altri.
Io sto a casa perché adesso è giusto che sia così.

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Patrizia Chimera

Giornalista pubblicista di attualità e lifestyle. Spirito zen, curiosità innata, ama sempre mettere tutto in discussione


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