Etna in fase di eruzione: come funziona il piano di sicurezza sui vulcani in Italia?

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Occhi puntati all’Etna. Il vulcano è di nuovo in fase eruttiva, con un’attività stromboliana che interessa uno dei suoi crateri sommitali.
Fontane di lava, colate, boati. Uno spettacolo della natura che regala sempre immagini mozzafiato. Ma che fa anche paura. E che riaccende il dibattito sul piano di sicurezza in caso di emergenze naturali, come l’eruzione di un vulcano può essere.

E dopo la morte di Massimo Imbesi, ragazzo di 35 anni di Milazzo, mentre camminava sullo Stromboli (3 luglio 2019), i dubbi sulla sicurezza in situazioni di questo tipo si fanno sempre più forti.

Eruzione dell'Etna

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Etna in eruzione.

Al momento la fase eruttiva si concentra nella zona alta. Dall’Osservatorio etneo dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia di Catania fanno sapere che il sistema è carico di energia. Ma al momento non ci sono problemi per la popolazione e per il vicino aeroporto internazionale Vincenzo Bellini.

Il Mongibello, com’è chiamato dai siciliani il monte dal 2013 bene patrimonio dell’Umanità Unesco, aveva già dato spettacolo a inizio luglio. Il 6 luglio, nel primo pomeriggio, l’INGV aveva registrato un incremento del tremore vulcanico nel cratere sud est.
I paesi che sorgono sulle pendici di quello che è il vulcano più alto d’Europa avevano sentito boati abbastanza intensi. E non sono mancati lapilli e lava.

L’Etna, come tutti i vulcani attivi in Italia, è costantemente monitorato. Ed esistono piani di sicurezza e di emergenza per mettere in salvo la popolazione. Ma i pareri sulla loro funzionalità sono discordanti.

Piani di sicurezza, vulcani ed emergenze naturali.

All’indomani dell’eruzione dello Stromboli, i geologi hanno chiesto che i piani di emergenza esistenti vengano condivisi con la popolazione e i turisti, con campagne mirate di informazione.
Non sempre i vulcani mandano prima segnali inequivocabili di un’imminente attività. E solo campagne informative e di sensibilizzazione sui vulcani attivi possono prevenire incidenti in caso di eventi naturali, che non sempre sono prevedibili.

I piani di sicurezza esistono. Ma devono essere conosciuti. Non solo dagli addetti ai lavori, ma pure dalla popolazione. Anche se in merito alla loro efficacia, anche gli esperti si dividono.
Il Servizio Nazionale di Protezione Civile ha una pianificazione di emergenza per il rischio vulcanico, che in Italia è altamente presente.
I vulcani ad attività persistente sono l’Etna e lo Stromboli, che eruttano con una certa frequenza.
Ci sono poi i vulcani quiescenti, che sono attivi ma non hanno dato eruzioni negli ultimi 10mila anni. È come se dormissero. Sono i Colli Albani, Campi Flegrei, Ischia, Vesuvio, Lipari, Vulcano, Panarea, Isola Ferdinandea e Pantelleria. Tra questi, Vesuvio, Vulcano e Campi Flegrei hanno condizioni di condotto ostruito e una frequenza eruttiva molto bassa.
E poi ci sono i vulcani sottomarini, nel Mar Tirreno e nel Canale di Sicilia.
I piani sono utilizzati per la previsione, la prevenzione e la mitigazione del rischio, per adottare misure di sicurezza volte a evitare vittime e danni.

Vulcani: dubbi e incertezze sui piani di sicurezza.

Il vulcanologo Flavio Dobran, però, pone dubbi proprio sui piani di sicurezza legati all’eruzione del Vesuvio o dei Campi Flegrei. Dicendo che non sono adeguati e potrebbero mettere a rischio milioni di persone. L’esperto parla di adottare nuove misure, in particolare di resilienza e sostenibilità per rendere più sicuri quegli ambienti che non lo sono. Per rischio vulcanico e per rischio sismico.

Anche per quello che riguarda l’Etna.
Nel 2018 molte le domande relative ai piani di sicurezza sono legate alla montagna siciliana. Perché per i diversi versanti non esistono misure analoghe da prendere in casi di emergenza.
Durante la fase eruttiva dello scorso agosto, un versante, quello a sud, per l’attività intensa era stato bloccato l’accesso a quota 2.700, anche se qualche giorno dopo era stato riaperta ma con la presenza di una guida vulcanologica. L’altro versante, quello a nord, aveva bloccato le escursioni da soli a quota 2800, con obbligo di guida fino sopra ai crateri. In mezzo ci sono 9 amministrazioni comunali che prendono decisioni non sempre uguali. Che gettano nel caos soprattutto i turisti. Come abbiamo visto a Stromboli, con persone in fuga che non sapevano cosa fare.

Sullo Stromboli esistono dei ripari in cemento costruiti dalla Protezione Civile tra i 700 metri e la sommità del vulcano. Ma riparano solo in caso di “bombe vulcaniche“. Se sono i gas roventi a essere emessi, non c’è protezione che tenga.

E così torniamo alla domanda di partenza: si poteva evitare la morte di di Massimo Imbesi, che si trovava insieme a un amico in una zona dove non è obbligatoria la presenza di una guida?
Rinunciare ad ammirare questo spettacolo è impossibile. Ma servono misure di sicurezza condivise che siano davvero efficaci. E che siano anche rispettate, ovviamente.
Qualcuno ha parlato di strage mancata, solo perché le esplosioni si sono verificate in un orario in cui sulla montagna non c’è nessuno a camminare. Poco dopo ci sarebbe stato il pienone.

Vulcano di Stromboli

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Patrizia Chimera

Giornalista pubblicista di attualità e lifestyle. Spirito zen, curiosità innata, ama sempre mettere tutto in discussione


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