Benefattori italiani vs francesi. Cosa c’è dietro le donazioni per Notre-Dame

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È giusto donare per la ricostruzione di Notre-Dame?

Per la ricostruzione della cattedrale di Notre-Dame a Parigi, bruciata nell’incendio del 15 aprile, si ipotizza un budget di un miliardo di euro. Già raggiunto in tempi di record e probabilmente superato.

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Mai nessuna campagna o raccolta fondi si era minimamente avvicinata a questa cifra.

Tsunami, disastri ambientali, nella nostra bella Italia ci sono ancora intere zone di terremotati che vivono nelle casette in attesa di restauri, di ricostruzione delle scuole e recupero di quella vita persa da anni.
Tutti gli esempi indicati sopra hanno purtroppo portato con sé numeri ingenti di vittime.
A Notre-Dame nessuno. Non sono morte neanche le 200 mila api allevate sul tetto.
Certo il danno architettonico e culturale è stato ingente, ma le vite umane dovrebbero pur contare qualcosa sulla bilancia degli aiuti umanitari.

La catena della solidarietà questa volta è stata parecchio corta.
Nella sera stessa del rogo François Pinault, alla guida del gruppo Kering, aveva annunciato una donazione di 100 milioni di euro. Il suo concorrente non è voluto essere da meno e, anche se è arrivato dopo, ha raddoppiato la cifra: 200 milioni di euro la somma messa sul piatto da Bernard Arnault, il titolare del gruppo del lusso francese Lvmh, alla guida di brand come Bulgari, Christian Dior e Louis Vuitton.
Altri 200 milioni sono arrivati dal gruppo francese L’Oreal, insieme alla famiglia Bettencourt Meyers e alla fondazione Bettencourt Schueller.

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Notre-Dame era parte fondamentale del film animato “Il gobbo di Notre-Dame” e la Disney sta lavorando ad una seconda versione della pellicola: 5 milioni di dollari il contributo da parte della casa cinematografica.
Una gara a cui tutti vogliono partecipare.
Che però turba gli animi, proprio perché tanto buon cuore e generosità di portafoglio non sono stati elargiti prima, non lo sono stati per le altre situazioni critiche vissute a Parigi, fra le altre le condizioni di povertà evidenziate dai gilet gialli e, come si diceva, non c’è mai stata tanta offerta nella moltitudine di raccolte fondi avviate per le zone in difficoltà del globo.

Perché ora, viene da chiedersi? E cosa ci ricavano queste aziende?

Certamente da non sottovalutare il fatto che tali elargizioni godranno di una riduzione d’imposta.
Che per i redditi più alti di persone fisiche arriva fino al 75% dell’ammontare della donazione. Per le aziende, il credito d’imposta è del 60% della donazione con un plafond previsto dello 0,5 per cento del giro d’affari dichiarato in Francia.

In Italia.

Qui ci sta una nota critica per il nostro Governo. Sarà ugualmente incoraggiante da noi? 10% di deducibilità con un massimo di 70 mila euro. O, alternativamente, 26% per le donazioni fino a 30 mila euro. Per chi ha redditi più alti, i tassi sono ancora meno favorevoli. Per le popolazioni colpite da calamità pubbliche, c’è il 19% fino a poco più di 2.000 €.

Se pensiamo alle zone colpite dal terremoto in Italia e pensiamo all’Abruzzo, per avere un metro di paragone, possiamo citare il fatto che in 10 anni sono stati finanziati 247 interventi per un budget totale di 225,922 milioni di euro.
La legge italiana di Bilancio 2019, criticata per la sua mancanza di visione d’insieme sul tema e di una cultura della prevenzione, ha messo in bilancio 600.000 euro destinati alle regioni colpite dal terremoto.

In Italia non sono mancati casi di imprenditori che si sono spesi per ridare luce alle bellezze italiche: come Fendi che ha sovvenzionato il restauro della Fontana di Trevi o Diego della Valle, patron del gruppo Tod’s che ha finanziato l’operazione di restauro del Colosseoma che ha anche aperto uno stabilimento ad Arquata del Tronto, nelle zone terremotate dell’Aquila.
Atti d’amore, impegno filantropico a favore della bellezza, la volontà di mettersi in gioco per ridare speranza e futuro alla gente.
Intanto arriva anche la proposta di Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia, di partecipare alla raccolta fondi per Notre-Dame: “Siamo tutti mobilitati. Presenteremo in Parlamento una mozione per impegnare il Governo italiano a contribuire e mettere a disposizione le nostre migliori energie“.

Foto di 35069 da Pixabay

In Francia.

Tornando a Parigi, bastano lo sgravio interessante e questo senso altruistico per elargire 200 milioni di euro per ricostruire la cattedrale simbolo della nazione da parte di un marchio francese?
Una risposta interessante l’ha fornita Raffaela Sobrero, esperta di responsabilità sociale d’impresa, CSR e fondatrice di Koinètica, prima realtà in Italia dedicata in modo esclusivo alla CSR.

In questo modo le aziende stanno cercando consenso.
Un’azione legata ad un’icona del Paese dà loro la possibilità di fidelizzare e pubblicizzare il proprio impegno sociale.
Uno tsunami che fa 130 mila decessi non ha segni distintivi riconoscibili e forti. E quindi dal punto della comunicazione non aveva lo stesso impatto.
(Raffaella Sobrero)

La Fondation Abbè Pierre, impegnata da decenni nella lotta all’emarginazione, ha voluto partecipare alla discussione ed alle critiche mosse verso le generose aziende che si sono fatte avanti, accusate di fare un’operazione di marketing più che un’azione solidale, twittando: “400 milioni per Notre-Dame, grazie Kering, Total e Lvmh per la vostra generosità. Siamo molto legati al luogo dei funerali dell’Abbé Pierre. Ma siamo anche molto legati alle sue battaglie. Se poteste dare l’1% ai bisognosi, saremmo soddisfatti”.

“Victor Hugo ringrazia per i generosi doni a Notre-Dame e vi prega di fare la stessa cosa per i Miserabili” e
Notre-Dame non siamo noi“: alcuni cartelli nell’ultima manifestazione dei gilet gialli.

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Monia Donati

Direttore responsabile. Giornalista, esperta in comunicazione e marketing, curiosa del mondo.


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