Disastro del Vajont e quell’Italia che non impara dalle sue tragedie

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9 ottobre 1963. 2000 morti, per il disastro del Vajont.
Un disastro annunciato, diranno in molti.
Non un caso isolato. Perché l’Italia non riesce a imparare dalle sue tragedie.
56 anni dopo sono troppi i Vajont che promettiamo di non dimenticare. Per poi scordarci tutto e ritornare in perenne emergenza. Disastro dopo disastro.

Disastro del Vajont: cosa è successo nel 1963.

Il disastro del Vajont è impresso nei libri di scuola, così come nei cuori di chi ha vissuto direttamente e indirettamente una delle più grandi tragedie italiane.
La sera del 9 ottobre 1963 una frana del monte Toc cadde nel bacino della diga costruita nella valle di Erto e Casso, sopra le città di Longarone e Castellavazzo. La frana causò un’onda d’acqua che investì ogni cosa incontrata lungo il suo percorso. Causando la morte di 1910 persone.

Una tragedia annunciata, come hanno gridato in molti all’indomani del disastro che porta il nome del torrente che scorre nella valle in provincia di Belluno, in Veneto.
La diga era stata, infatti, realizzata in una valle ritenuta non adatta dal punto di vista geologico.
Non erano stati rispettati i margini di sicurezza per la quota del lago artificiale.
E la sera del 9 ottobre nessuno era stato avvisato di quello che sarebbe accaduto in pochi minuti. Non sappiamo se il piano di evacuazione avrebbe potuto portare in salvo le persone che vivevano ai piedi della valle. Ma nulla è stato fatto per cercare di evitare la tragedia.

Già la mattina dell’8 ottobre i sistemi di rilevazione installati avevano dato avvisaglie dello spostamento del monte Toc. E si decide di far scendere il livello del bacino artificiale sotto quota 700.
La frana cominciò a staccarsi alle 22.39 dalla parte settentrionale del monte. 270 milioni di metri cubi di rocce e detriti arrivarono a valle in un secondo, dopo un boato che scosse la popolazione. Che non poté far altro che assistere inerme alla tragedia. Senza avere nemmeno il tempo di provare a mettersi in salvo.
Due le onde d’acqua che spazzarono via paesi, frazioni, abitazioni, alberi. Vite umane.

Quello che ai soccorritori apparve alle prime luci del mattino seguente era solo morte, distruzione, devastazione. Causate da quella natura che non era stata rispettata. E dall’attività umana sconsiderata che non ha tenuto conto delle possibili conseguenze della costruzione di una diga di tale portata in quella parte d’Italia spazzata via in una notte.

Diga del Vajont

Foto di merlinorn0 da Pixabay

L’Italia dei disastri annunciati in perenne emergenza.

Di sicuro il disastro del Vajont è ricordato come una delle tragedie italiane più terrificanti. Oggi le città sono state ricostruite, molte vite sono andate avanti con ferite mai rimarginate, sentenze sono state emesse.
Ma l’Italia non ha imparato niente. E vive in perenne emergenza. Risvegliandosi dal torpore disastro dopo disastro, ripromettendosi di non commettere quegli stessi errori che, però, continua a fare.
Tanti gli altri Vajont che hanno segnato la storia più o meno recente del nostro paese.

Disastro del Gleno

Il disastro del Vajont non è stato il primo che ha coinvolto una diga in Italia.
Il primo dicembre 1923 un cedimento strutturale della diga del Gleno, in val di Scalve, nelle Alpi Orobie, appena terminata, ha causato la morte di 356 persone.
Già a ottobre, per le forti piogge, il bacino si era riempito. E in seguito erano state denunciate perdite d’acqua.
Il primo dicembre alle 7.15 il crollo della diga: 6 milioni di metri cubi d’acqua, detriti e fango si riversarono nel bacino artificiale a 1.500 metri di altezza, dirigendosi verso il Lago d’Iseo. Furono colpiti i centri abitati di Bueggio, Dezzo, Angolo, Gorzone, Boario, Corna di Darfo.
Le indagini scoprirono che la diga non era stata realizzata in modo adeguato. La tragedia si poteva evitare: tutti sapevano che il materiale usato era scadente e i lavori non a norma.

Disastro della Val di Stava

Il 19 luglio 1985 nella Val di Stava, nella provincia autonoma di Trento, un’inondazione di fango ha causato la morte di 268 persone. Il disastro della Val di Stava, come è tristemente noto nei libri di storia, è stato provocato da un cedimento degli argini dei bacini di decantazione della miniera di Prestavel.
Il fango ha travolto l’abitato di Stava alle ore 12.22, con una massa composta da sabbia, acqua e limi arrivata a valle alla velocità di 90 chilometri.
Massa che ha spazzato via ogni cosa, prima di raggiungere il torrente Avisio.
Poche le persone estratte vive dalle macerie.
Il cedimento, secondo le indagini condotte, era prevedibile, visto che non erano mai stati fatti controlli o verifiche per garantire la sicurezza di quella miniera. Già nel 1975 un tecnico chiamato in causa disse che era strano che non fosse ancora caduto.

Crollo del Ponte Morandi a Genova

All’indomani del crollo del Ponte Morandi a Genova, molti hanno trovato analogie con la strage del Vajont. Dal 9 ottobre 1963 al 14 agosto 2018 sono passati quasi 55 anni, ma le colpe sono sempre le stesse.
Progettazioni sbagliate, materiali non idonei, scarsa manutenzione (se non totalmente inesistente), poca cultura della prevenzione. Accuse che si ripetono in tragedie provocate dall’uomo, in cui talvolta la natura ci mette lo zampino, ma non è mai la colpevole.

I disastri dimenticati.

  • Alluvione di Firenze, 4 novembre 1966: 35 vittime.
  • Disastro e alluvione di Biella e Valstrona, 3 novembre 1969: 72 vittime.
  • Alluvione di Genova, 7 ottobre 1970: 44 vittime.
  • Disastro e alluvione della Valtellina, luglio 1987: 53 vittime.
  • Alluvione della Valle Tanaro, 5 novembre 1994: 70 vittime.
  • Disastro di Sarno, 5 maggio 1998: 159 vittime.
  • Disastro di Soverato, 9 settembre 2000: 13 vittime.
  • Alluvione del Piemonte e della Valle d’Aosta, 13-16 ottobre 2000: 23 vittime.
  • Disastro di Giampilieri, 1 ottobre 2009: 36 vittime.
  • Alluvione della Liguria, 25 ottobre-4 novembre 2011: 37 vittime.
  • Alluvione della Sardegna, 18 novembre 2013: 18 vittime.
Longarone

Photo by Martino Pietropoli on Unsplash

Italia in perenne emergenza.

Siamo il paese delle emergenze. Che agisce e interviene solo a disastro avvenuto. Quando si piangono le vittime. Quando ormai non si può più fare niente per quello che è accaduto.
Dovremmo diventare il paese della prevenzione, delle azioni prima delle tragedie. Degli interventi quando si può evitare il peggio. E dei controlli serrati. Per non dover più raccontare altri disastri come quello del Vajont.

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Patrizia Chimera

Giornalista pubblicista di attualità e lifestyle. Spirito zen, curiosità innata, ama sempre mettere tutto in discussione


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