Voltare lo sguardo ci rende colpevoli. Dal Congo il grido di aiuto del Nobel per la pace

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Teste fracassate. Quella della mamma accanto a quella della sua bambina, con il loro sangue che macchia di vermiglio il terreno. Una donna, occhi al cielo sofferenti, che esala l’ultimo respiro. Con il torace coperto da una camicetta bianca, imbrattata del suo sangue, a causa del coltello ancora infilzato nel petto.

Immagini che non posso mostrarti per rispetto e tutela. Non tua.
Ma delle persone ritratte e di chi quelle foto le ha scattate e ora è sotto protezione.
Ma immagini che voglio rimangano ben impresse nella tua testa.
Perché spesso, se non vediamo, non siamo capaci di comprendere.
Tutto troppo lontano. I nostri figli dormono sereni nei letti.
Tu domani hai il lavoro e poi la spesa, la lezione in palestra.

E invece voglio turbare questa tua serenità apparente, che così serena non dovrebbe essere.
Perché se sapere è un diritto, far finta di non sapere non dovrebbe esserlo. E non si può essere indulgenti con chi si copre gli occhi.

E allora, continuo.
Una donna, distesa. Le mutande bianche zuppe di sangue. È stata aggredita, profanata.
Altra donna. Cranio fracassato. Probabilmente dopo aver subito pesanti torture.
Una bambina. Accovacciata. Sta dormendo. Ma non dorme come la tua. Lei ha metà volto dilaniato e parte di quello che doveva essere dentro ora le penzola da una guancia.
Altra bambina. Questa volta è un primo piano. Avrà 8-9 anni. Non si riconosce più dove era il naso. E i suoi occhi ancora aperti raccontano quello che le è stato inflitto, molto più di quanto dica il suo volto lacerato.
Un giovane legato mani e piedi a un palo, di quelli dove noi faremmo il girarrosto. Il corpo piegato e sottomesso sotto quintali di pietre.
Un bambino, di qualche anno, la cui schiena è una mappa delle percosse subite. Probabilmente frustrate, che lo attraversano da parte a parte. Evidenti solchi che raccontano la sua storia di sofferenza e dolore.
Una donna, abbandonata all’aperto. Nuda, seni al vento, gambe divaricate e un lungo palo infilato al centro, nella vagina. Violata. Strappata. Mutilata. Uccisa.

Ora che hai visto tutto come me e hai afferrato anche una briciola del perché questo messaggio di aiuto per le donne e bambini del Congo, di denuncia delle violenze e violazioni dei diritti umani, di appello alla Comunità internazionale che Denis Mukwege, premio Nobel per la Pace 2018, ha affidato a Francesco Barone, professore universitario a l’Aquila, sia così importante, entriamo nel vivo.
Perché come dice lo stesso Mukwege, medico e attivista congolese, massimo esperto mondiale nella cura di danni fisici causati da stupro, conosciuto in tutto il mondo come il medico che ripara le donne: “Non sono solo gli autori delle violenze i responsabili dei loro crimini ma anche coloro che scelgono di voltare lo sguardo dall’altra parte”.

Photo by Jordan McDonald on Unsplash

Dott. Barone, un professore universitario di Pedagogia della Cooperazione sociale e internazionale, cosa c’entra con tutto questo?

Ho fatto 51 missioni umanitarie in Africa, in 21 anni di esperienza.
Tutto è iniziato da un viaggio in Rwanda per un progetto educativo. Da quel momento, da quando ho visto, ho deciso di fare di più.

Come pensa di agire per portare un messaggio così importante in tutto il mondo? E ha paura?

Ho un po' di timore. Denis (ndr Mukwege) è sotto protezione. Ad agosto ripartirò, sarò più prudente e attento.
Non pensavo che potesse essere una cosa così forte, emotivamente parlando.
Ho scritto al Presidente della Repubblica e al Papa. Sto portando il messaggio con conferenze in giro per l’Italia.
La novità di questo giorni è che grazie a Sergio Cofferati è stata depositata qualche giorno fa l’interrogazione parlamentare.

Perché se ne parla poco?

La pace è un tema astratto. Troppo silenzio prima. Ancora silenzio da parte delle istituzioni internazionali. Ed è imperdonabile.
Non si può ottenere pace in un mondo in cui su 10 kg di pasta, 8 kg se le dividono un paio di famiglie e 2 kg centinaia di persone.
La fame annienta e crea uno stato di forte tensione che può sfociare in violenza.
Se si continua così il fenomeno sarà inarrestabile e ingestibile. Mukwege stesso, nell’ospedale che ha fondato a Panzi, ha curato più di 50mila donne stuprate.
Come vivono è ingiusto. Che tutto ciò accada è intollerabile.
Finché un solo bambino al mondo non ha diritto al necessario, nessun uomo ha diritto al superfluo.

Mi racconti qualche episodio in particolare. Diamo un volto.

Entro in un ospedale a Goma. C’erano dei bambini ricoverati, famiglie che non possono pagare le cure e bambini imprigionati in questi ospedali circondati da muri altissimi. Che fine fanno questi bambini tenuti in ostaggio? Un’interpretazione potrebbe essere che vengono arruolati come bambini soldato o per la vendita degli organi.

Quanto costerebbe salvare le loro vite?

Qualche centinaia di euro.

Parliamo dei bambini soldato.

Hanno dai 15 ai 20 anni. Racconto un rito di iniziazione.
A due bambini viene dato un fucile, scarico a quello più debole, carico a quello più forte e aggressivo. Si dice loro che rimane in vita solo il più forte. Entrambi sparano. In quel momento non hai solo scelto un bambino soldato, ma lo hai addestrato a sparare. E da quel momento lo rifarà.
Nei riti di iniziazione ci sono lanci di feci e urina in faccia, botte nei testicoli.
Ho visto madri poverissime disperate. Bambini sniffare colla per la fame.
Lo stupro è all’ordine del giorno. Ci sono bambini di 5-6 anni che non hanno accesso all’istruzione e sono in mezzo alla strada. Altri che lavorano in miniera per l’estrazione del Cobalto e altri minerali simili.

Lei è docente di Pedagogia. Cosa insegna ai suoi studenti?

Che hanno il compito di sensibilizzare.
La pace si crea a partire dal vicino di banco. Stiamo allenando e abituando i nostri figli e ragazzi ad una società competitiva e di odio.

Come possiamo contribuire fattivamente a questa causa?

Inviare i soldi non serve. Li rubano i ricchi. Bisogna andare sul posto e seguire i progetti. Se non si può, bisogna chiedere il rendiconto alle associazioni che operano sul territorio, per verificare cosa stanno facendo realmente, affinché la metà di quei soldi non vada nelle tasche dei potenti.

Fornire cibo e abiti a questi bambini, senza fornire gli strumenti per costruire un domani, nel lungo periodo serve?

Bisogna partire dai beni di prima necessità per dargli la condizione di dignità.
Senza questo non si può fare nient’altro.
Poi bisogna scolarizzarli, fase non sempre semplice perché sono abituati alla libertà, a stare per strada.
Ma con la scuola imparano a parlare, scrivere e a pensare.
Ma se sono affamati, nudi, malati, come fanno ad andare a scuola?

Per l’economia la loro vita ha poco valore. Che ne pensa?

La vita umana conta. La loro vita non vale di meno, anche se ha una durata inferiore rispetto alla nostra o anche se è più carica di sofferenze.
Tutti sono attaccati alla vita. Una madre che cinge tra le braccia un figlio che soffre, si dispera quanto noi.
Il loro livello di solidarietà poi è altissimo. Di accoglienza, di cooperazione, di famiglia, di rispetto per la figura adulta, valori che noi sembra abbiamo completamente dimenticato.
Quando muore un anziano, si dice Hampatè ba, si incendia una biblioteca.

Come si contribuisce a creare una cultura della pace?

Conosco un solo modo, facendola.
Predicando la pace. E stando in pace.
In classe prima di tutto, in famiglia, nella società. A scuola prima c’era l’educazione civica. Bisogna ridare valore alle civiltà. Valore alle differenze. Avere rispetto del dialogo. Ai miei studenti dico sempre che quando qualcuno chiede l’elemosina e tu non hai nulla da dargli, devi fare una cosa. Fargli due domande: “Come ti chiami?”, “Da dove vieni?”.
Semplici parole di riconoscimento di identità dell’altra persona.


Traduzione del messaggio affidato dal premio Nobel per la pace 2018 Denis Mukwege a Francesco Barone.

Dichiarazione del Dr. Denis Mukwege.
4 gennaio 2019

La situazione nella RDC è catastrofica.
Le violenze, i massacri, le torture, l’insicurezza diffusa e la mancanza flagrante di educazione creano una spirale di violenza senza precedenti.

Il bilancio umano di questo caos perverso e organizzato: centinaia di migliaia di donne sono state stuprate, più di 4 milioni di profughi all’interno della nazione e la perdita di 6 milioni di vite umane.

Il rapporto del Progetto Mapping stabilito dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani parla di non meno di 617 crimini di guerra e crimini contro l’umanità e forse perfino crimini di genocidio.

Solo la lotta contro l’impunità può rompere la spirale di violenze.

Chiudere gli occhi davanti questo dramma è esserne complici.

Non sono solo gli autori delle violenze e i responsabili dei loro crimini ma anche coloro che scelgono di voltare lo sguardo dall’altra parte.

Tutti noi abbiamo il potere di cambiare il corso della Storia quando le convinzioni per le quali ci battiamo sono giuste.

Il popolo congolese esige dalla Comunità internazionale di prendere in considerazione il Rapporto Mapping delle Nazioni Unite.

Denis Mukwege

 

Prossimi appuntamenti in Italia con Francesco Barone

  • 1 marzo - Giulianova
  • 2 marzo - La Spezia
  • metà maggio - Udine
  • 30 maggio - Matera

Aggiornamento del 27 febbraio 2019

L'interrogazione al Parlamento Europeo è pubblica.

"Ho lottato per dare voce alle persone vulnerabili e atteso per tanti anni....sono felicissimo" le parole con cui Francesco Barone ha dato la notizia dal suo profilo Facebook. 

Abbiamo sentito Barone, che a caldo ci ha raccontato: "È il risultato di tanti anni accanto ai bambini vulnerabili e alle donne vittime di violenza. Ora, le "vite di scarto" hanno voce amplificata. La loro voce, grida il rispetto e la garanzia dei diritti umani. Il rispetto delle differenze. Il valore dell'uguaglianza e della pace".

 

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Monia Donati
Monia Donati

Direttore responsabile. Giornalista, esperta in comunicazione e marketing, curiosa del mondo.


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