Il made in Italy che uccide

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Si parla sempre di made in Italy come vanto nazionale, simbolo del bello italico che esportiamo nel mondo.
Ma il “fatto in Italia” può non essere solo alta moda, artigianato sapiente e food di eccellenza.
Può invece essere un prodotto che ci crea vergogna e imbarazzo, ma anche indotto e lavoro e apre domande etico-politico-economiche.
Parliamo di bombe e di armi. Di quelle realizzate nel Belpaese, acquistate dall’Arabia Saudita e che partono per uccidere, non difendere, in Yemen.
Dove dal 2015 una guerra civile sta facendo decine di migliaia di vittime, tra cui tantissimi bambini.

Le aziende coinvolte sono principalmente tre: Leonardo (ex Finmeccanica), Fincantieri e Rwm Italia.
E anche qui bisogna fare un distinguo: perché se le prime due sono a controllo statale, la seconda è un’azienda controllata dal gruppo tedesco Rheinmetall, con sede legale in provincia di Brescia e produzione in Sardegna e questa differenza non da poco, a voler essere maliziosi, ha influenzato le recenti decisioni del Governo italiano.

L’antefatto è che l’Italia è stata soggetto di inchiesta, anche di un videoreportage del New York Times per le bombe aeree fabbricate in Italia, in particolare in Sardegna, vendute all’Arabia Saudita ed usate poi per bombardare civili in Yemen.
Al tempo il Governo italiano aveva spiegato più volte che non c’era nessun illecito: Riad non è oggetto di embargo internazionale nel settore degli armamenti, è un paese alleato e fa parte della coalizione anti-Isis.
Ma le foto dallo stabilimento di Domusnovas, vicino a Cagliari, la fabbrica di bombe, continuavano a non piacere.
Come non sono piaciute le immagine della nave Bahri Yanbu, cargo saudita carico di materiale militare, partito da Genova il 21 maggio 2019 alle volte di Alessandria D’Egitto, con a bordo materiali della Teknel, azienda con sede a Roma. La stessa società che nel 2018 ha ricevuto l’autorizzazione per esportare generatori elettrici, utilizzabili per scopi militari per una fornitura di 7,829 milioni di euro.
Non sono gli unici casi contestati negli ultimi anni.

Nei giorni scorsi il vicepresidente del consiglio Luigi di Maio ha annunciato che il Consiglio dei Ministri ha concluso l’iter per bloccare le nuove autorizzazioni e contratti, ma anche le forniture precedenti di bombe e missili verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti che vengono utilizzati in Yemen.

Un Di Maio sorridente in un video pubblicato sul suo profilo social annuncia la “bella notizia. Vi ricordate le foto di bombe che dalla Sardegna partivano per esser usate nel conflitto in Yemen? […]
Perché sono importanti queste misure? Perché tutti parlano di immigrazione e dell’ultimo miglio […] nessuno parla delle cause  […] Se noi cominciamo a smetterla con l’esportazione di bombe che vengono utilizzate per destabilizzare alcune aree del mondo, noi riusciremo un po’ alla volta anche a frenare le cause che provocano l’immigrazione”.

Quindi export di armamenti bloccato. E invece no.
O meglio, non proprio.
L’annuncio di Di Maio fa seguito alla mozione presentata alla Camera il 26 giugno dai partiti di maggioranza. Ma non si fa riferimento e non si prevede di sospendere tutte le forniture (come era indicato nelle mozioni di LeU, più restrittiva e rigorosa sul blocco armi e del Pd, sulla falsariga della prima). Si parla solo dei missili e delle bombe aeree che coinvolgono Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Yemen.
Una decisione che di fatto impatta sul business della Rwm, ma non tocca gli interessi di Leonardo (ex Finmeccanica), Fincantieri. Lo avevamo già detto che queste due sono a controllo statale, vero?
La mozione parla anche dell’impegno a proseguire nell’azione umanitaria, con il Governo che cerca di ottenere l’immediato cessate il fuoco in Yemen. Senza parlare di atti criminali.
La relazione Onu del 2017 faceva riferimento anche alle bombe utilizzate su civili in Yemen, definendole “crimini di guerra”.

Foto di Hugo Jehanne su Unsplash

La decisione del Governo ricade su Rwm, ma anche sull’economia locale sarda. Nel 2018 l’azienda aveva registrato un incremento degli ordini soprattutto per paesi extra Ue: l’ordinativo del 2016 per l’Arabia Saudita era già di 411 milioni di euro, entrate che gli avevano fatto fare nuove assunzioni, principalmente con contratti non a tempo determinato. L’azienda ha subito messo in chiaro che è sospeso l’ingresso di nuovi lavoratori e che i rinnovi saranno di breve durata.

Ora, non si vuole difendere questo approccio al lavoro, che mortifica il lavoratore sia per modalità contrattuale che per materia trattata, ma far riflettere sulle logiche di una scelta, che sì, porta qualcosa di buono, ma è espressione politica di interessi da tutelare e faccia da salvare.
Un caso di greenwashing insomma. Ti do qualcosa di bello, che ti distrae dalla verità sotto la patina di vernice verde.

Foto di Kenny Luo su Unsplash

Il Governo non si sente in colpa e indica che la scelta non ricade sugli occupati con regolare contratto (meno di 180 su 416), perché la maggioranza delle commesse sono destinate all’Italia e ai paesi Ue.
Intanto però le forniture belliche di altro tipo e le armi leggere non sono state toccate.
Nel 2018 il governo Conte autorizzò l’azienda bresciana Beretta alla vendita di armi leggere. Non accadeva dal 1990. “Dai dati resi pubblici dal Tesoro sappiamo poi che l’azienda Beretta ha ottenuto un pagamento dal governo saudita per materiale esportato per oltre 2,8 milioni di euro” spiega Giorgio Beretta di Opal, osservatorio permanente sulle armi leggere.
E più di recente l’Aeronautica militare italiana ha incontrato il capo delle forze aree dell’Arabia saudita con classica foto con stretta di mano annessa da pubblicare sui social.

Sul tema c’è attenzione.
Amnesty International invita all’aiuto, ricordando che ora ci si deve accertare che le indicazioni politiche vengano rispettate.

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Monia Donati

Direttore responsabile. Giornalista, esperta in comunicazione e marketing, curiosa del mondo.


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