Crisi climatica, guerre, pandemia, povertà. La battaglia per un futuro sostenibile è già perduta?

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Luigi Di Fonzo
Direttore responsabile. Giornalista professionista, poeta, saggista, esperto di musica pop-rock, ama leggere e viaggiare. Due azioni complementari: spesso grazie alla lettura viaggia anche se è a letto e spesso legge mentre è in viaggio. Colleziona fumetti, in primis quelli di Andrea Pazienza e Hugo Pratt.

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Futuro. In una visione lineare del tempo, il futuro è quella parte che non ancora esiste. Possiamo solo immaginarlo. A volte prevederlo. Spesso causarlo. L’uomo sta provocando la morte del pianeta Terra. Questa affermazione non è una semplice previsione. E la terza edizione del Festival del Futuro che si terrà dal 18 al 20 novembre 2021, metterà a confronto esperti di fama internazionale sui grandi temi che caratterizzano il dibattito sulla sostenibilità. La salute, lo sviluppo tecnologico ed economico, l’alimentazione, l’ambiente e gli aspetti socio-politici sono alcuni dei temi dibattuti al festival già lo scorso anno, quando si è svolto interamente in remoto. Anche nel 2021 la piattaforma digitale promossa da Harvard Business Review Italia, Eccellenze d’Impresa e Gruppo Athesis diventerà il luogo dove imprenditori, investitori, start-up, centri di ricerca universitari, future thinkers, studenti e istituzioni creeranno nuove relazioni e toccheranno con mano il mondo che verrà. In un’idea di futuro che abbiamo già distrutto.

Il coraggio del futuro

Occorre davvero un grande coraggio per parlare ancora di futuro con quello che avviene ogni giorno davanti ai nostri occhi, sotto i nostri piedi, sopra le nostre teste. Gli obiettivi posti dall’Agenda 2030 sono di fatto irraggiungibili, così come l’obiettivo di eliminare l’uso dei combustibili fossili entro il 2050: un impegno che sta interessando pochi governi. Purtroppo il mondo è fatto di tanti mondi, e sono molti i Paesi che, dopo aver sottoscritto a Parigi l’Agenda 2030, stanno dando il loro funesto contributo alla distruzione di ecosistemi, biodiversità e dignità umana. Ma anche in quei Paesi sviluppati dove l’opinione pubblica è forte e la governance politica è salda nei suoi principi, difficilmente si riesce a cambiare il modo di consumare le risorse nella speranza di lasciare a figli e nipoti un mondo vivibile. Quello che hanno conosciuto molti di noi.

L’ipocrisia al potere: l’intervento di Speroni

E così mentre chi governa veramente il mondo – non stiamo parlando di politici ovviamente, ma di un manipolo di capitalisti che ha in mano la finanza globale e la “concessione” delle risorse della Terra – rilascia di tanto in tanto qualche briciola alla causa della sostenibilità, c’è chi da anni tenta di sensibilizzare gli abitanti del pianeta a cambiare rotta. Come il giornalista e scrittore Donato Speroni, responsabile della redazione dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS). Speroni è stato vicedirettore del settimanale Il Mondo, direttore centrale per le relazioni esterne dell’Eni, responsabile immagine dell’Istat e ha insegnato per 15 anni Economia e statistica all’Istituto per la formazione al giornalismo di Urbino. Sul sito del Corriere della Sera cura il blog “Numerus”, che aiuta i lettori a comprendere quali siano i dati attendibili, come vengono prodotti, come vengono usati. Nel bene e nel male. Speroni è l’autore dell’articolo pubblicato martedì scorso su Numerus, che qui riportiamo per intero con il suo titolo originale. La speranza è quella di alimentare il dibattito su una guerra che tutto il mondo sta perdendo: quella sulla sostenibilità. E della necessità che torni il primato della politica sulle scelte che coinvolgono il futuro degli abitanti della Terra.

«Stiamo perdendo la guerra per creare un mondo sostenibile nel 2050»

di Donato Speroni
Non amo il politically correct, compresa l’assurda soluzione del giusto problema del linguaggio di genere attraverso quell’impronunciabile asterisco (carissim*!), che ho scoperto  chiamarsi “schwa” grazie all’impagabile pezzo di Aldo Grasso sul Corriere di domenica 22. Detesto la cancel culture, ma anche certe ipocrisie, a cominciare dai banali messaggi sulla sostenibilità che ci bombardano in televisione come se salvare il mondo dipendesse solo dai prodotti che compriamo, da soluzioni facili e a portata di mano, o dal fatto che chiudiamo il rubinetto quando ci laviamo i denti e l’acqua non ci serve. Tra queste ipocrisie – e questa è anche una parziale autocritica – c’è quella di aver finora smussato il nostro linguaggio, negando che siamo nel mezzo di un conflitto, per il timore di apparire “militaristi”. Solo Papa Francesco, guardando allo stato del mondo, ha parlato di  “guerra mondiale a pezzi”. Ha ragione. Dobbiamo combattere con tutti i mezzi, per la giustizia, i diritti delle donne e delle minoranze oppresse, ma anche contro la crisi climatica, per una gestione adeguata delle inevitabili migrazioni di massa e per un uso corretto delle risorse al fine di evitare il tracollo del Pianeta. E quindi voglio dirlo con tutta chiarezza: siamo in guerra. Dobbiamo anche cambiare linguaggio. Così come due anni fa i grandi media internazionali decisero di non parlare più di “cambiamento climtico” ma di “crisi climatica”, oggi dovremmo smettere di parlare di “sviluppo sostenibile” e cominciare a parlare di “guerra per la sostenibilità”. E il problema è che questa guerra la stiamo perdendo.

In questa fase della mia vita, il mio impegno prevalente è nell’ambito dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (ASviS), in particolare per la gestione del sito futuranetwork.eu, nato nel maggio del 2020 per promuovere la discussione sulle scelte da fare oggi guardando al medio e lungo termine. La collaborazione al sito è aperta, ma in particolare vi partecipano gli studiosi di futuri. Al plurale, perché da loro ho imparato che è impossibile tracciare un unico scenario globale: si possono solo delineare tendenze alternative, tenendo conto di questi possibili sbocchi al fine di promuovere le scelte politiche necessarie per un futuro migliore, o comunque meno peggio, insomma il più sostenibile. Non a caso Futura, la testata del sito, usa il plurale latino.

Dal lavoro  dei miei colleghi e mio mi sono però formato una idea, che esprimo a puro titolo personale, guardando agli anni che non vedrò e che forse neppure desidero vedere. La prima metà del secolo sarà durissima, una sfida terribile per chi è più giovane di me e per le nuove generazioni. Poi il mondo potrebbe trovare un suo equilibrio, grazie a tecnologie oggi impensabili, forse alle stesse catastrofi che stimolano nuove forme di collaborazione internazionale, magari con l’avvento di una nuova epoca (la cosiddetta “era della singolarità” nella quale l’umanità avrà delegato alle macchine buona parte delle decisioni).

Ma quanti sopravvivranno alla crisi della prima metà del secolo, in quali condizioni del Pianeta, con quali criteri di libertà e uguaglianza? Nel 2012, con Gianluca Comin, scrissi per Rizzoli “2030 la tempesta perfetta – Come sopravvivere alla grande crisi”, che preannunciava l’impossibilità di gestire quello che ci sarebbe capitato addosso, senza un cambiamento radicale della governance internazionale, delle politiche nazionali, dei comportamenti delle aziende, dei consumi individuali. Era un libro profetico, non per merito nostro, ma dei pensatori che citavamo. Ne parlo spesso nelle chiacchierate a cui mi invitano ed è inutile che mi dilunghi su quanto scrivemmo allora.

Anche perché nei dieci anni da quando il libro è stato concepito è cambiato tutto, nel bene e nel male. Nel male perché tutti i drammi previsti attorno al 2030 stanno già avvenendo, con l’aggiunta di una disastrosa pandemia. Nel bene perché la sensibilità a questi temi è fortemente aumentata e l’Agenda 2030 sottoscritta da tutti i Paesi dell’Onu è comunque una bussola verso la sostenibilità. La risposta delle opinioni pubbliche, a cominciare dai giovani, è forte. Anche i mass media si sono svegliati: si confronti la quantità di articoli di oggi, sia in Italia che all’estero, sul clima e le sue conseguenze, e anche sulle catastrofe globali come le migrazioni non volute, rispetto anche solo a tre anni fa.

Inoltre i meccanismi multilaterali hanno cominciato a muoversi e la società civile si è mobilitata, come ha fatto in Italia l’ASviS, portata come esempio anche a livello internazionale dalle Nazioni unite.

Abbiamo anche una batteria di informazioni statistiche sulla situazione demografica, economica e sociale in tutti i Paesi del mondo che qualche anno fa era semplicemente inimmaginabile. Magari non tutte attendibili, ma sufficienti, grazie anche ai big data, per darci un quadro complessivo di notevole precisione. E di notevole cupezza, almeno per tutte le aree più fragili.

In ogni caso, la mobilitazione e i numeri sono necessari ma non bastano a vincere la guerra, se manca il coraggio della politica.  È come se di fronte all’avanzata di Hitler dal 1938, nei Paesi democratici ci fosse stata solo una risposta “dal basso”, senza trovare un Churchill, un Roosevelt, un De Gaulle (e anche uno Stalin) capaci di fermare il nazismo, imponendo i sacrifici necessari e anche di delineare un nuovo sistema multilaterale.

Oggi il conflitto è più diluito nel tempo, ma è ancora più difficile, perché c’è ben poca disponibilità al sacrificio, anche a causa dei falsi maestri che sui social e in televisione negano la necessità di battersi per difendere i nostri valori nel mondo.

Non intendo scrivere un saggio, ma citerò quattro esempi del perché senza un deciso cambio di rotta la catastrofe è più probabile della vittoria: l’affermazione dei diritti civili, le migrazioni di massa, la crisi climatica, il corretto uso delle risorse del Pianeta. Tutti temi, sia detto per inciso, che sono presenti negli Obiettivi e nei target dell’Agenda 2030, sui quali ogni Paese presenta rapporti periodici all’Onu, senza però che ci sia la forza di verificare effettivamente la verità di quelle parole e di quei numeri, né di denunciare le omissioni rispetto agli impegni sottoscritti nel 2015.

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  1. I diritti e la catastrofe dell’Afghanistan. Giustamente ci si preoccupa di accogliere i rifugiati; più o meno vanamente si discetta sulla possibilità di “esportare la democrazia”, sulla opportunità di trattare con i talebani, sulle ragioni di questa dissennata fuoruscita precipitosa da Kabul, preoccupandosi solo, per quanto possibile, dei propri concittadini e di chi ha collaborato con loro. Dovremmo riflettere però, come del resto hanno fatto vari commentatori, sulla domanda di fondo: perché i Paesi più ricchi dell’Occidente, dopo vent’anni di impegno non solo militare che aveva anche portato risultati importanti sul piano della crescita della società civile e soprattutto delle donne, hanno fallito così miseramente? Il problema non è esportare la democrazia, forse neanche il nation building, ma diffondere i valori su cui nel 2015 tutto il mondo aveva trovato l’accordo con l’Agenda 2030. A meno che non pensiamo che ogni Paese debba fare come vuole, anche quelli che infibulano, segregano, “rieducano”, tagliano le teste. È evidente che l’Onu non ha il potere di imporre una strategia, ma solo di misurare e di auspicare, quando ci riesce; anche gli Stati Uniti, Paese che io ho amato quasi come una mia seconda patria per esserci vissuto da adolescente, non hanno più nessuna capacità di mantenere un ruolo internazionale se non per la difesa, spesso anche miope, dei propri immediati interessi. E allora? Va bene palleggiarsi i dibattiti tra G7, magari di nuovo allargato alla Russia, e G20, con la grande responsabilità che quest’anno ricade sull’Italia, ma dov’è la visione, non dico di governo mondiale, ma di governance internazionale e di come realizzarla? E l’Europa, mentre il mondo va a pezzi, può continuare a essere la bella addormentata perché preoccupata dalle tante prossime elezioni?
  2. Le migrazioni. Ci palleggiamo il tragico fardello di alcune migliaia di profughi, ma tutti gli studiosi di futuri (e tutte le proiezioni statistiche) ci dicono che i fattori demografici, economici e climatici metteranno in moto centinaia di milioni di persone, a seguito non delle future catastrofi climatiche, ma dei cambiamenti di clima che sono già in atto. Eppure, almeno di una parte della aborrita “migrazione economica” avremmo anche bisogno per evitare che l’economia e la società italiana si raggrinziscano come una mela secca. Ma in Italia, in Europa, ma direi in tutto il mondo, manca una strategia demografica di lungo termine. Sappiamo (dati Gallup) che un miliardo di persone se potesse cambierebbe Paese, ma non si discute di questi inevitabili movimenti mondiali, se non per tranquillizzare i propri e elettori nel voto di domani. Se non si ha il coraggio di affrontare questo problema e le  conseguenze non solo delle guerre e della povertà, ma anche di quella parte di cambiamento climatico che è già in corso, le nostre società saranno travolte o dovranno prevedere di sterminare gli africani con un insetticida, come provocatoriamente prevedeva tanti anni fa un libro di mio fratello Gigi.
  3. Il clima. La verità non detta è che per quanto si faccia, per quante speranze si ripongano nella prossima COP 26 di Glasgow, non si farà abbastanza per mantenere la temperatura entro i due gradi. Il prezzo economico da pagare appare troppo alto (anche se i costi dell’inazione saranno certamente superiori) perché i politici abbiano il coraggio di andare fino in fondo; gli interventi necessari troppo coraggiosi e troppo dirompenti senza adeguate contromisure sociali per una “giusta transizione”.  La speranza inconfessata dei potenti è che la tecnologia si inventi qualcosa che salvi il Pianeta: fusione nucleare, qualche diavoleria di geo-ingegneria, il sole del Sahara, le maree… Peccato però che queste tecnologie andrebbero applicate innanzitutto nei Paesi in via di sviluppo, che sono quelli che hanno fame di nuove fonti di energia e che sono anche in buona parte quelli che patiranno di più per i nostri sperperi passati e presenti. Ma chi ha il coraggio di dirlo ai propri elettori?
  4.  Il problema dei materiali. In passato si temeva the end of oil, la fine del petrolio che invece potrebbe anche in parte rimanere sotto terra. Ma il rischio che si delinea è the end of everything, la fine di materiali preziosi per la nostra civiltà e soprattutto per le nuove tecnologie.  Già la ripresa post Covid ha mostrato gravi limiti, dovuti a logistica e mancanza di materiali, nel rimettere in moto l’economia globale. Del resto il calcolo è presto fatto. Oggi, con  “meno” di otto miliardi di persone, l’umanità consuma oltre una volta e mezzo le risorse che il Pianeta produce in un anno, come ci dice l’Earth Overshoot day. Come si farà nel 2050, con quasi dieci miliardi di persone che siamo impegnati a “non lasciare indietro” consentendo quindi che consumino di più? I calcoli possono essere affinati, ma la sostanza è indiscutibile: anche se diciamo di fare tanti sforzi per l’economia circolare, non abbiamo uno scenario che ci dica come dovrebbe essere un mondo sostenibile per dieci miliardi di persone e tanto meno una strategia politica per arrivarci.

E poi c’è il Covid: ha dimostrato che il mondo quando è sotto pressione è capace di produrre miracoli politici, economici e scientifici, ma ha anche confermato l’incapacità di visione globale perché i Paesi ricchi giustamente si preoccupano della “terza dose”, ma non fanno abbastanza per evitare che la pandemia ci rimbalzi in forme nuove da Paesi che non hanno i mezzi, l’organizzazione e forse anche la cultura per vaccinarsi.

E allora? Dobbiamo mettere la testa sotto la sabbia, o dare per scontato che i nostri figli e nipoti vivranno in un mondo orrendo sempre che riescano a sopravvivere? Esattamente il contrario.

Nel 2010 il 93enne Stephane Hessel, ex partigiano ed ex diplomatico francese che aveva partecipato alla stesura della Dichiarazione dei diritti dell’uomo, scrisse un libretto rivolto ai giovani: “Indignez – vous!”, invitando a combattere contro il crollo di tutte le speranze nelle quali aveva creduto. Le sue diagnosi erano in parte datate, inadeguate al mondo degli anni Duemila.  Ma lo spirito era quello giusto: di indignazione contro una dirigenza politica globale che cancella il futuro c’è sicuramente molto bisogno, oggi più che mai.

(Articolo pubblicato sul sito Futura Network e il 24 agosto sul blog “Numerus” del Corriere della Sera, per gentile concessione dell’autore)

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