Covid 19, scienziati divisi sull’origine. «Il futuro? Dobbiamo convivere con le pandemie»

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Luigi Di Fonzo
Direttore responsabile. Giornalista professionista, poeta, saggista, esperto di musica pop-rock, ama leggere e viaggiare. Due azioni complementari: spesso grazie alla lettura viaggia anche se è a letto e spesso legge mentre è in viaggio. Colleziona fumetti, in primis quelli di Andrea Pazienza e Hugo Pratt.

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Ora che il numero sempre crescente di contagi torna a paventare – a livello globale – lo spettro di un nuovo collasso economico e sociale, torna prepotentemente in auge la teoria del virus SARS-Cov-2 creato in laboratorio e poi “finito” in qualche modo nel mercato umido di Wuhan, in Cina, da dove si è diffuso in tutto il mondo. Da due anni gli scienziati sono divisi sull’origine della Covid 19. C’è chi sostiene che la sua diffusione sia avvenuta per errore umano, e chi invece è convinto che i cambiamenti climatici stiano favorendo l’origine naturale di queste malattie. Sul fronte di chi sostiene l’origine artificiale del virus c’è da registrare l’audizione della dottoressa Alina Chan, specialista in terapia genica e ingegneria cellulare del Mit e di Harvard, avvenuta giorni fa davanti alla commissione Scienza e Tecnologia del Parlamento Inglese.

«Origine in laboratorio la più probabile»

«Credo che l’origine in laboratorio sia la più probabile», ha detto la scienziata ai membri della commissione. «Al momento per coloro che sono a conoscenza dell’origine della pandemia non è sicuro farsi avanti, ma viviamo in un’era nella quale le informazioni vengono archiviate, e prima o poi usciranno fuori». Quindi la ricercatrice ha illustrato anche gli aspetti tecnici che lasciano propendere per l’ipotesi del virus creato artificialmente: «Abbiamo sentito molti virologi di fama mondiale affermare che un’origine artificiale è ragionevole, e questi comprendono virologi che modificarono il primo virus della Sars. Sappiamo che questo virus ha una caratteristica unica, chiamata “sito di clivaggio della furina”, e senza questa caratteristica il virus non avrebbe causato questa pandemia».

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Il passaggio “naturale” dall’animale all’uomo…

La furina è l’enzima attraverso la quale la proteina spike viene scissa, consentendo così le sequenze di fusione e la fusione delle membrane virali necessarie al virus per l’ingresso nella cellula successiva. Sul fronte di chi invece sostiene l’origine naturale del virus si segnala il recente articolo pubblicato dalla rivista Nature Medicine e intitolato “The proximal origin of SARS-Cov2”, i quattro scienziati che ne sono autori affermano: «Ai fini della determinazione dell’origine del SARS-Cov-2 è fondamentale lo studio della proteina spike. La proteina spike possiede un piccolo dominio peptidico di legame al recettore ACE2, denominato RBD (receptor-binding domain). Tale dominio è il più variabile ed è determinante per la specificità di specie. Sebbene le analisi strutturali e funzionali dimostrino che il dominio RBD della proteina spike sia altamente affine al recettore ACE2 umano, le analisi computazionali della sequenza corrispondente rivelano diversi aminoacidi critici che sono compatibili ma non ideali a legare il recettore ACE2 umano. Questo suggerisce che il SARS-CoV-2 ha acquisito una certa capacità di trasmissione da uomo a uomo spiegabile solo mediante selezione evolutiva naturale, e non come il prodotto di una manipolazione genetica in-vitro. Pertanto, se la selezione è naturale, l’origine deve essere cercata in serbatoi naturali».

… senza alcun salto di specie diretto

Sempre i quattro scienziati autori dell’articolo citato continuano: «Infatti, la comparazione genomica tra la sequenza del SARS-Cov2 umano e i coronavirus animali noti, hanno rivelato un’elevata similarità (96%) tra il SARS-Cov-2 e il betacoronavirus RaTG13 dei pipistrelli, sebbene il dominio RBD sia molto diverso, cosa che rende improbabile un salto di specie diretto dai pipistrelli. Inoltre lo studio comparativo delle sequenze ha evidenziato che i coronavirus dei pangolini possiedono un dominio RBD identico a quello della proteina spike del SARS-Cov-2 umano, rafforzando la tesi dell’origine naturale del virus. Tuttavia, né i coronavirus dei pipistrelli né quelli presenti nei pangolini possiedono la sequenza del sito polibasico per la furina, suggerendo come la selezione naturale abbia favorito anche l’acquisizione di tale sito per il passaggio alla trasmissione uomo-uomo».

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A richiedere un dibattito scientifico globale sull’origine della pandemia è stata ora l’amministrazione statunitense guidata da Joe Biden, che ha invitato la Cina e tutti i ricercatori impegnati nello studio del SARS-CoV-2 a rendere pubbliche le conoscenze acquisite. Non appaia comunque strano il fatto che, dopo due anni, la scienza non abbia ancora dato una risposta certa alla causa scatenante di questa pandemia.

Dai betacoronavirus la scissione della furina

È estremamente raro trovare rapidamente l’origine animale di una nuova malattia e, in molti casi, ciò non accade affatto. Mentre gli animali ospiti dei virus SARS-1 e MERS sono stati trovati in meno di un anno, ci sono voluti decenni per trovare l’intermediario animale per l’HIV, mentre l’intermediario animale per morbillo, vaiolo e la più recente epidemia di ebola non è mai stato trovato. Gli scienziati però hanno trovato altri betacoronavirus che contengono siti di scissione della furina. Quando si mappano gli alberi genealogici genetici di questi virus, si scopre che si sono evoluti più volte, indipendentemente l’uno dall’altro, attraverso la famiglia del coronavirus. E quando si osservano i dettagli genetici del sito di scissione della furina in SARS-Cov-2, si scopre che sono completamente coerenti con l’evoluzione naturale.

Lo studio sui pipistrelli pubblicato da Nature

Una recente scoperta ha inoltre demolito il tema centrale dell’ipotesi del virus “fuggito” da un laboratorio: tre virus dei pipistrelli selvatici scoperti nel Laos (non in Cina) sono geneticamente più simili a SARS-Cov2 rispetto al virus RaTG13, e sono in grado di entrare nelle cellule umane attraverso la via ACE2. Il nuovo studio, pubblicato online a settembre scorso sulla rivista Nature, identifica tre specie di pipistrelli (su 645 caverne di pipistrelli campionate) che contengono ciascuna un virus più simile a SARS-CoV-2 rispetto a RaTG13. La corrispondenza genetica, che è approssimativamente identica al 97% al genoma di SARS-Cov-2, contiene in modo importante il dominio di legame al recettore RBD che precedentemente non era stato osservato, non prima dell’emergere della Covid-19, ma corrisponde ai recettori che erano stati precedentemente sequenziati nei pangolini. Questo cosa significa? Se si dovesse provare in via definitiva che la pandemia non è stata scatenata dall’uomo attraverso un virus creato in laboratorio, bensì un’evoluzione naturale di un coronavirus, dovremmo essere più tranquilli? Tutt’altro.

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È l’inizio di una serie di molte battaglie

Le ultime scoperte confermano ciò che molti ricercatori hanno temuto fin dall’inizio: ovvero che la parte di SARS-CoV-2 che consente di infettare gli uomini sia ampiamente circolante in natura. Finché gli esseri umani continueranno a invadere gli habitat selvatici con la deforestazione, a continuare a fare agricoltura intensiva, a creare allevamenti industriali, a fare commercio di pellicce e autorizzare mercati di animali vivi, saremo sempre a rischio di essere contagiati da nuovi coronavirus. C’è insomma da aspettarsi che la pandemia da Covid 19 non resterà un caso anomalo, ma piuttosto l’inizio di una “nuova normalità” con cui dovremo abituarci a convivere. Quindi, a prescindere dal caso relativo all’origine del virus SARS-Cov-2, la scienza ci sta avvertendo: nuove sindromi respiratorie stanno per evolversi in natura, con la possibilità di creare futuri focolai e, nel peggiore dei casi, nuove pandemie. Poi sarà anche importante sapere se in Cina è stato compiuto un atto doloso, ma ciò che sappiamo di certo è che, dopo Wuhan, nuovi virus presto attaccheranno l’uomo. Con centinaia di milioni di contagiati e milioni di morti in tutto il mondo, sarebbe davvero assurdo non rendersi conto, al più presto, che non siamo nel mezzo di una battaglia contro una malattia, ma soltanto all’inizio di una serie di molte battaglie.

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