Club e calciatori inglesi spengono i social per 4 giorni: «Non intervengono contro insulti e razzismo»

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Luigi Di Fonzo
Direttore responsabile. Giornalista professionista, poeta, saggista, esperto di musica pop-rock, ama leggere e viaggiare. Due azioni complementari: spesso grazie alla lettura viaggia anche se è a letto e spesso legge mentre è in viaggio. Colleziona fumetti, in primis quelli di Andrea Pazienza e Hugo Pratt.

Tempo di lettura stimato: 3 minutiDalle ore 14 di  venerdì 30 aprile fino alle ore 23.59 di lunedì 3 maggio i club di calcio e i giocatori inglesi spegneranno i loro account social. Un black out di quasi quattro giorni dalle piattaforme Facebook, Instagram e Twitter per protestare contro commenti razzisti, minacce e insulti rivolti ai calciatori che militano nelle squadre di Premier League, Second Division e Women’s Super League. «Un’azione programmata in risposta ai continui e continui abusi discriminatori ricevuti online dai giocatori e da molte altre persone legate al calcio», hanno detto i funzionari del calcio inglese in una dichiarazione congiunta.

Photo by Samuel Regan-Asante on Unsplash

La mobilitazione è stata decisa dopo che sono finiti nel mirino giocatori del Liverpool come Trent Alexander-ArnoldNaby Keïta e Sadio Mané in seguito alla sconfitta del Real Madrid durante una partita a inizio aprile. Ad aver denunciato pubblicamente gli attacchi subiti, più di recente, è stato il difensore dell’Aston Villa Tyrone Mings, che ha pubblicato su Twitter l’immagine di un messaggio razzista ricevuto da un utente di Instagram.

La Premier League: razzismo inaccettabile

«Il comportamento razzista è inaccettabile e lo spaventoso abuso nei confronti dei giocatori sui social media non può continuare», ha dichiarato nei giorni seguenti il Ceo della Premier League, Richard Masters«C’è un urgente bisogno che queste aziende facciano di più per sradicare l’odio razziale online», ha aggiunto Masters rivolgendosi ai proprietari delle piattaforme social. La protesta fa seguito a quella già attuata dal club scozzese dei Rangers dai club della Football League inglese di Birmingham e Swansea, i cui giocatori Yan DhandaBen Cabango e Jamal Lowe sono stati recentemente oggetto di insulti razzisti. Dall’inizio dell’anno, diversi giocatori di colore che indossano le maglie del Manchester United – come Anthony Martial e Marcus Rashford, così come Reece James del Chelsea – sono stati presi di mira anche sui social media. L’11 febbraio scorso, in una lettera aperta al leader di Twitter, Jack Dorsey, e al proprietario di Facebook, Mark Zuckerberg, i funzionari del calcio inglese hanno chiesto un’azione «per motivi di semplice decenza umana». Twitter ha risposto che non intendeva censurare i commenti da account anonimi. E Facebook, nonostante abbia la sede europea quasi “in casa”, a Dublino, ha continuato a fare orecchie da mercante. Da qui la decisione di chiudere gli account almeno per quattro giorni. E non si esclude che qualcuno non lo riattiverà più.

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Il caso del figlio di Pirlo

In Italia la situazione non è delle migliori. Uno studio dell’Università di Torino focalizzato sui discorsi d’odio presenti sui social ha rilevato che il 30% dei commenti di tipo sportivo sono gravemente offensivi. Ne sa qualcosa Nicola Pirlo, 17 anni, figlio dell’ex calciatore e attuale allenatore della Juventus Andrea. Il ragazzo, che sta seguendo le orme del padre e ha le carte in regola per diventare un ottimo attaccante, ha ricevuto più volte sul suo account Instagram insulti e minacce di morte. «Devi morire insieme a tuo padre», la minaccia che ha spinto Nicola Pirlo a denunciare pubblicamente quello che stava accadendo.

«Un limite superato da tempo»

Ecco cosa ha scritto il figlio di Andrea Pirlo sul suo profilo Instagram in risposta alla minaccia di morte: «Io non sono una persona che giudica, non mi piace farlo. Ognuno ha il diritto di poter dire ciò che vuole. Sono io il primo a farlo e non vorrei mai che qualcuno mi togliesse la libertà di parola. I miei genitori mi hanno insegnato ad avere idee e soprattutto ascoltare quelle degli altri, ma credo che a tutto ci sia un limite e già da tempo questo limite è stato superato. Ho 17 anni e quotidianamente ricevo messaggi di questo genere (vi mostro l’ultimo ricevuto poco fa), non perché io faccia qualcosa in particolare ma solo perché sono figlio di un allenatore che probabilmente, come è giusto che sia, può non piacere. Questa sarebbe la mia “colpa” e la motivazione per la quale ogni giorno mi arrivano messaggi di augurata morte e insulti vari. Vorrei chiedervi di mettervi per un solo secondo nei miei panni e chiedervi come vi sentireste».

Foto tratta dal profilo Instagram nickpirlo_10

E se si allargasse lo sciopero a tutta l’Europa?

Una denuncia pubblica che non verrà sanzionata da chi gestisce la piattaforma, ma si spera dall’autorità giudiziaria. Una proposta. Visto quello che sta accadendo ovunque, anche in Italia, perché non chiedere anche alle squadre di calcio e ai giocatori nostrani di scioperare per quattro giorni contro chi non si preoccupa di essere lo strumento principale della diffusione d’odio e del razzismo tra i malati di sport? Sarebbe bello che anche le squadre europee, dalla Spagna alla Russia, si unissero per mandare insieme questo segnale forte, questo «NO» al razzismo lungo quattro giorni. Non sarà certo una protesta a fermare odio, razzismo, antisemitismo. Ma magari potrebbe essere la volta buona che Dorsey e Zuckerberg intervengano sul serio.

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