Climate change, svolta storica: un giudice condanna la Shell a ridurre le emissioni di anidride carbonica

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Redazione i404
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Photo by Marc Rentschler on Unsplash

Emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera: per la SHELL olandese la riduzione deve cominciare immediatamente.

Un tribunale dell’Aja ha ordinato alla Royal Dutch Shell di ridurre le sue emissioni globali di carbonio del 45% entro la fine del 2030 rispetto ai livelli del 2019, in un caso storico promosso dall’associazione “Friends of the Earth Netherlands” (nota anche come “Milieudefensie”) insieme a oltre 17.000 co-querelanti.

La politica di sostenibilità del gigante petrolifero è stata giudicata “insufficiente” dal tribunale olandese in una sentenza senza precedenti, che già sta avendo forti implicazioni per l’industria energetica e per le altre multinazionali inquinanti sparse nel globo. Alla società anglo-olandese è stato detto che aveva un dovere di diligenza e che il livello di riduzione delle emissioni di Shell e dei suoi fornitori e acquirenti doveva essere allineato con l’accordo sul clima di Parigi: l’Agenda 2030.

La pagina di apertura del sito dell’associazione Milieudefensie (milieudefensie.nl)

Una svolta nella storia della lotta ai cambiamenti climatici

Il giudice Larisa Alwin ha detto che Shell deve ridurre «immediatamente» la sua produzione di CO2, aggiungendo che la sentenza avrebbe «conseguenze di vasta portata» per l’azienda e potrebbe «frenare la crescita potenziale del gruppo Shell».

Roger Cox, avvocato di Milieudefensie, ha invitato le organizzazioni di tutto il mondo a intraprendere azioni legali per costringere le multinazionali a svolgere appieno il loro ruolo nell’affrontare l’emergenza climatica. «Questo è un punto di svolta nella storia della lotta ai cambiamenti climatici», ha riferito l’avvocato Cox. «Questo caso è unico perché è la prima volta che un giudice ordina a una grande società inquinante di conformarsi all’accordo sul clima di Parigi. Questa sentenza potrebbe avere conseguenze importanti anche per altri grandi inquinatori».

Donald Pols, direttore di Milieudefensie, ha descritto la decisione del giudice dell’Aja come «una vittoria monumentale».

Una transizione poco credibile

Shell, che ha dichiarato che impugnerà la sentenza, è stata il nono più grande inquinatore al mondo nel 1988-2015, secondo il database della Carbon Majors. Un appello contro la sentenza potrebbe durare due anni, ma Cox ha detto che spera che i dirigenti e gli azionisti della società osservino subito la sentenza.

Shell aveva dichiarato a febbraio che avrebbe accelerato la transizione della sua attività a emissioni nette zero, compresi gli obiettivi per ridurre l’intensità di carbonio dei prodotti energetici del 6-8% entro il 2023, del 20% entro il 2030, del 45% entro il 2035 e del 100% entro 2050. Ma gli avvocati dei querelanti hanno inchiodato la Shell con i fatti: la società petrolifera era a conoscenza da decenni delle pericolose conseguenze delle emissioni di CO2, e che i suoi obiettivi non erano sufficientemente solidi.

Sancita la “violazione dell’obbligo di riduzione”

L’accusa ha affermato che Shell stava violando l’articolo 6:162 del codice civile olandese e gli articoli 2 e 8 della Convenzione europea sui diritti umani – il diritto alla vita e il diritto alla vita familiare – causando un pericolo agli altri. Il tribunale ha stabilito che c’erano effettivamente obblighi sia ai sensi della legge olandese che della convenzione dei diritti dell’uomo, e che la società era a conoscenza da «molto tempo» dei danni delle emissioni di carbonio. Sebbene la società non avesse agito illegalmente, il tribunale ha affermato di aver stabilito che ci sarebbe stata una «imminente violazione dell’obbligo di riduzione».

Ha aggiunto che le «intenzioni politiche e le ambizioni della società per il gruppo Shell ammontano in gran parte a piani piuttosto intangibili, indefiniti e non vincolanti per il lungo termine».

Il caso del commerciante di liquori

Nel sostenere la loro tesi, gli ambientalisti hanno fatto ricorso al caso Kelder:  un commerciante di liquori  aveva lasciato aperto il portello della cantina di un cafè ad Amsterdam e un passante vi era caduto rompendosi una gamba. In quell’occasione la Corte Suprema stabilì che il commerciante di liquori era responsabile ma non perché la legge vietasse di tenere la saracinesca aperta, ma in quanto poteva immaginare il danno che avrebbe potuto arrecare.

Shell, invece, si è difesa sostenendo che le regole valgono per i governi e sono i governi a dover combattere il cambiamento climatico. 

Se anche il tribunale d’appello ordinasse a Shell di ridurre effettivamente le proprie emissioni del 45%, le organizzazioni ambientaliste andranno in tribunale anche in altri paesi. E per le multinazionali petrolifere tempi di sfruttamento e di regolamentazione delle emissioni dovranno necessariamente cambiare.

Foto di drpepperscott230 da Pixabay

Intanto la Nigeria revoca la licenza a ENI

Il governo nigeriano ha deciso di non autorizzare lo sfruttamento della licenza petrolifera OPL 245 alle multinazionali SHELL ed ENI dopo la decadenza dei diritti avvenuta lo scorso 11 maggio. In Nigeria e in Italia sono in corso indagini e processi penali per verificare se dietro alle concessioni ottenute non ci siano episodi di corruzione. L’italiana Eni ha presentato un reclamo al Centro internazionale per la risoluzione delle controversie sugli investimenti a Washington, chiedendo alla Nigeria un risarcimento per la mancata riconversione della licenza. Ma l’aria sta cambiando. Corruzione, sfruttamento delle risorse con danni gravissimi all’ambiente, finanziamenti illeciti a gruppi militari e guerriglieri, inquinamento… Come avvenuto all’Aja, spunteranno altri giudici pronti a difendere gli obiettivi dell’Agenda 2030 e il diritto alla vita.

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