Botteri-Hunziker: fermare il gioco al massacro. E difendere sempre la satira

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 Il caso della giornalista Rai Giovanna Botteri presa di mira dal tg satirico di Canale 5 per i suoi capelli è diventato un caso di body shaming (derisione del corpo). Un caso, si spera, solo per i giornalisti che amano il tipo di satira che piace a loro. Nonostante la satira sia un genere letterario e artistico antichissimo (la cui origine viene addirittura attribuita a Omero), in Italia riconosciuto dal diritto costituzionale e garantito dagli articoli 21 e 33 della Carta, da qualche giorno deve guardarsi dal putiferio scatenato da questo nuovo e temibile nemico. Anche se nuovo in realtà è soltanto il termine anglosassone, perché usare l’aspetto fisico o altri difetti della “vittima” è in realtà il cuore della satira, che non a caso condivide molti tratti con il genere carnevalesco, oltre che con l’umorismo, il sarcasmo e l’ironia. Tiranni passati e presenti, dittatori, prìncipi e papi hanno tentato per secoli di contrastare il punto di vista dissacrante e alternativo che, attraverso una risata, è in grado di veicolare piccole e grandi verità, di seminare dubbi, di attaccare pregiudizi, di mettere in discussione dogmi e convinzioni.

La “statua parlante” di Piazza di Pasquino a Roma

Da millenni contro potere e malcostume

Filosofi e poeti greci e latini hanno elevato la satira a genere letterario e teatrale: gli albori risalirebbero addirittura all’VIII secolo avanti Cristo, con il poema comico Margite attribuito ad Omero. Senza allontanarsi troppo, basterebbe ricordare le più moderne “statue parlanti” di Roma (parliamo dei secoli Settecento e Ottocento, e la statua di piazza di Pasquino è sicuramente la più famosa) per sentire risuonare le beffe in rima contro papi e potenti dell’epoca. Saltiamo un paio di secoli e, dagli anni Sessanta in poi, è la Rai con la satira pungente di Dario Fo e le irresistibili imitazioni di Alighiero Noschese a prendere in giro i potenti, ma dopo aver censurato il primo (sorte che poi toccherà a tanti altri comici, come Beppe Grillo) e dato il benservito al secondo, la Rai riporta in auge il genere attraverso la radio e il programma “Chiamate Roma 31 31” e, un anno dopo, con “Alto Gradimento” della coppia Arbore-Boncompagni. Alla fine degli anni Settanta nasce a Roma la rivista di satira politica “Il Male”, con gli articoli corrosivi di Angelo Pasquini, Cinzia Leone, Francesco Cascioli, e le vignette feroci di Zac, Vauro, Vincino, Filippo Scozzari, Tanino Liberatore, Andrea Pazienza, Stefano Tamburini, per citare solo alcuni degli scrittori e degli artisti che lavoravano per la rivista.

Michelle Hunziker e Giovanna Botteri

Ma torniamo al body shaming, e saltiamo a piè pari tutte le vignette che evidenziavano la gobba di Andreotti, l’altezza di Fanfani, la ciccia sudereccia di Craxi, la parlata grottesca di De Mita, il celodurismo di Bossi, la pipa quasi più grande del piccolo corpo del presidente Pertini ecc. ecc. e arriviamo all’unico tg satirico presente sui canali televisivi italiani, ovvero Striscia la Notizia, il programma di Antonio Ricci che nel 1988 andò per la prima volta in onda su Italia 1 e, dall’anno successivo, trasmesso da Canale 5. Il programma non è sempre brillante: a volte la coppia di conduttori non è affiatata, a volte gli inviati di Striscia sono a corto di idee, altre volte sono gli autori a fare cilecca con i loro testi, ma in ogni caso il programma di Antonio Ricci ha regalato diverse chicche rimaste nel costume e nell’immaginario collettivo, come il “Tapiro d’oro”, omaggio alle figure barbine dei vip, i “Nuovi Mostri” dal titolo di un celebre film del 1977, o il “Cavaliere Mascarato”, presa in giro di Berlusconi quando era premier (Canale 5 è un’emittente Mediaset, quindi di Silvio Berlusconi).

Dallo shampoo all’invito alla riflessione

E veniamo al caso scoppiato il 2 maggio scorso, quando Striscia la Notizia manda in onda un servizio sull’inviata della Rai a Pechino. Una “piacevole sorpresa nel mondo del telegiornalismo”, annuncia la conduttrice Michelle Hunziker, in coppia con Gerry Scotti, la quale dopo aver specificato che la Botteri da tempo veniva presa di mira sui social per il suo look, manda in onda un servizio in cui la giornalista appare in televisione l’11, il 14, il 15, il 16. Il 17 e il 18 febbraio sempre con una maglietta nera e i capelli un po’ dimessi. Alla fine viene mostrato il collegamento del 24 aprile, in cui l’inviata mostra capelli più vaporosi e curati. Nel servizio il mezzo busto appare poi come immerso in una vasca da bagno, mentre in sottofondo c’è Giorgio Gaber che canta “Sciampooooooo”. A sugellare il servizio la battuta finale di Scotti: “Brava Giovanna, brava, continua così e non badare a chi sta a guardare il capello”. Il giorno dopo l’inviata manda una “lettera aperta” a Striscia. Riportiamo il testo:

 «Mi piacerebbe che l’intera vicenda, prescindendo completamente da me, potesse essere un momento di discussione vera, permettetemi, anche aggressiva, sul rapporto con l’immagine che le giornaliste, quelle televisive soprattutto, hanno o dovrebbero avere secondo non si sa bene chi. Qui a Pechino sono sintonizzata sulla Bbc, considerata una delle migliori e più affidabili televisioni del mondo. Le sue giornaliste sono giovani e vecchie, bianche, marroni, gialle e nere. Belle e brutte, magre o ciccione. Con le rughe, culi, nasi orecchie grossi. Ce n’è una che fa le previsioni senza una parte del braccio. E nessuno fiata, nessuno dice niente, a casa ascoltano semplicemente quello che dicono. Perché è l’unica cosa che conta, importa e ci si aspetta da una giornalista» ribadisce appunto Botteri, che prosegue: «A me piacerebbe che noi tutte spingessimo verso un obiettivo, minimo, come questo. Per scardinare modelli stupidi, anacronistici, che non hanno più ragione di esistere. Non vorrei che un intervento sulla mia vicenda finisse per dare credibilità e serietà ad attacchi stupidi e inconsistenti che non la meritano. Invece sarei felice se fosse una scusa per discutere e far discutere su cose importanti per noi, e soprattutto per le generazioni future di donne».

Photo by Frank Vessia on Unsplash

Alla pacatezza e all’intelligenza della riflessione proposta dalla Botteri, si aggiunge il primo intervento delle Commissioni Pari Opportunità di Fnsi, Usigrai e Ordine dei Giornalisti nazionale, che per la prima volta utilizzano il termine body shaming. Ecco la dichiarazione di Monica Pietrangeli, coordinatrice della Commissione Pari opportunità del sindacato Usigrai: “In inglese si chiama body shaming, ma la potenza negativa di questa pratica si esprime bene anche usando l’italiano. Derisione, fino ad arrivare a vere e proprie offese, per come si appare, per come è il corpo, per come ci si veste. Nemmeno a dirlo è una pratica ormai diffusissima nei social network. Colpite sono soprattutto le donne, che sono il gruppo sociale più odiato in rete. Una forma di attacco subdolo perché, attraverso la risata che vorrebbe suscitare, ridicolizza, ferisce”.

A chiudere il cerchio (e a peggiorare la situazione) arriva la risposta di Michelle Hunziker che, attraverso un video postato su Instagram, assicura che il servizio “era a favore di Giovanna Botteri” e che quella di body shaming più che una accusa è una fake news. Apriti cielo. La corporazione giornalistica è oramai completamente schierata contro la Hunziker (che è stata letteralmente bullizzata e offesa su giornali e social, non solo dai giornalisti) e contro il tg satirico. Che per tutta risposta comincia a muovere anche i suoi inviati (come Valerio Staffelli) per attaccare a sua volta la Botteri, che questa volta viene colpita anche attraverso la figlia!

Maurizio Crozza nei panni di Vittorio Feltri

E’ ora che qualcuno si renda conto della situazione assurda e allo stesso tempo deleteria che è stata innescata da tutte le parti. E dica “stop” a questo gioco al massacro che, oltre a incrementare la presenza di haters in rete, sembra interessare davvero soltanto la categoria dei giornalisti e dei tuttologi. Che piuttosto che accettare l’invito alla riflessione di Giovanna Botteri, ha colto l’occasione per attaccare i colleghi concorrenti. Eppure circa un mese prima, dalla emittente Nove, nel programma Fratelli di Crozza, un certo Crozza nelle vesti del direttore di Libero Feltri diceva prima di Greta Thunberg e poi di Giovanna Botteri: “(…) però la chirurgia plastica le avrebbe evitato di diventare come quella tragedia di connotati che corrisponde al nome di Giovanna Botteri”… e ancora: “Purtroppo i lineamenti della Botteri ricordano i grovigli dei cavi delle cuffiette usciti dalla tasca”. Un chiaro riferimento ai suoi capelli.

La satira è dissacrazione simbolica e paradossale

Naturalmente non è l’unico sketch in cui Maurizio Crozza, nei panni di Vittorio Feltri, sbertuccia pesantemente Giovanna Botteri sul suo aspetto fisico. Ma se questo genere di satira farà certamente piacere al direttore di Libero – il quale attraverso il suo alter ego dice le cose che pensa, ma se le dicesse in prima persona rischierebbe denunce e radiazione – non si capisce perchè la giornalista della Rai in tutto questo tempo non abbia inviato una lettera aperta anche all’emittente Nove per chiedere a Crozza-Feltri di “scardinare modelli stupidi, anacronistici…”. Bene ha fatto Giovanna Botteri a non spedirla allora. Perché non esiste una satira “diversa”, ma è il pensiero e la cultura di ognuno di noi a renderla differente. Perché la satira è di tutti, e quindi è contro noi tutti, e per questo non deve avere colore e non deve avere padrini. Lo ha detto tante volte la Corte di Cassazione, che ha riconosciuto che il diritto di cronaca esercitato attraverso la satira “prevede l’utilizzo di un linguaggio colorito ed il ricorso ad immagini forti ed esagerate”, che “essendo inteso, con accento caricaturale, alla dissacrazione e allo smascheramento di errori e vizi di uno o più persone, è essenzialmente simbolico e paradossale”. E quindi la satira va difesa, soprattutto quando diventa occasione di riflessione, di discussione, di dibattito acceso. Di evoluzione di pensiero (si spera). Anche quando è aggressiva. E, troppe volte, offensiva. Ma se questo non lo comprendono i giornalisti, come faranno a comprenderlo quelli che ogni giorno attendono l’occasione buona per seminare ancora di più l’odio in rete?

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Luigi Di Fonzo

Direttore responsabile. Giornalista professionista, poeta, saggista, esperto di musica pop-rock, ama leggere e viaggiare. Due azioni complementari: spesso grazie alla lettura viaggia anche se è a letto e spesso legge mentre è in viaggio. Colleziona fumetti, in primis quelli di Andrea Pazienza e Hugo Pratt.


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