Basta con la retorica dell’eccellenza: la “lectio” di tre neo diplomate alla Normale di Pisa

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Luigi Di Fonzo
Direttore responsabile. Giornalista professionista, poeta, saggista, esperto di musica pop-rock, ama leggere e viaggiare. Due azioni complementari: spesso grazie alla lettura viaggia anche se è a letto e spesso legge mentre è in viaggio. Colleziona fumetti, in primis quelli di Andrea Pazienza e Hugo Pratt.

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Photo by Mikael Kristenson on Unsplash

Eccellenza. Qualità di sommo pregio, unicità, perfezione. Una parola di plastica, l’avrebbe oggi definita il linguista tedesco Uwe Pörksen, il quale, nel suo saggio dedicato all’uso “modaiolo” di alcuni termini presi in prestito dal linguaggio scientifico, affermava che «da tempo un drappello di parole nuove non nell’aspetto, ma nel modo in cui vengono usate», vengono plasmate a seconda dell’uso che se ne vuole fare, al di fuori del loro reale significante.

Un nuovo significato di “eccellenza”

Eccellenza. Un ritornello retorico che le Università italiane utilizzano da anni per nascondere la tendenza a privilegiare il pensiero economico neo liberista al primato della formazione, dell’educazione, della ricerca. Ad affermarlo sono tre neo diplomate in Lettere della Scuola Normale Superiore di Pisa – Virginia MagnaghiValeria Spacciante e Virginia Grosso – che il 9 luglio scorso hanno messo a nudo l’uso di questa parola di plastica durante la cerimonia di consegna dei diplomi che si è svolta a Pisa. E con parole schiette, assolutamente non “di plastica”, hanno messo sotto accusa questo processo di trasformazione che mina l’essenza stessa dell’insegnamento: le istituzioni del sapere che vogliono fare le aziende, mettendo al primo posto non la qualità dell’istruzione e della ricerca, bensì il profitto. E che come le aziende pensano solo ai numeri, alle privatizzazioni, alla deregulation, allo sfruttamento del lavoro, al taglio della spesa sociale.

Un processo cui non sfugge neanche la Normale di Pisa, una volta Università di eccellenza per antonomasia, in cui «l’indirizzo della ricerca scientifica segue la logica del profitto, in cui la divisione del lavoro scientifico è orientata a una produzione standardizzata, misurata in termini puramente quantitativi. Un’università in cui lo sfruttamento della forza lavoro si esprime attraverso la precarizzazione sistemica e crescente, in cui le diseguaglianze sono inasprite da un sistema concorrenziale che premia i più forti e punisce i più deboli, aumentando i divari sociali e territoriali».

L’Italia del precariato e dello smantellamento della ricerca

Un’analisi supportata da dati inconfutabili. Basti pensare che l’Italia spende per l’istruzione universitaria lo 0,3% del PIL, contro lo 0,7% della media europea, mentre negli ultimi dieci anni sono stati operati tagli del 20% alla spesa pubblica destinata all’istruzione. A ciò si aggiunga il dimezzamento delle borse di dottorato (- 43%, che diventa -56% al Sud) e il crollo delle iscrizioni universitarie, che nell’ultimo decennio ha sfiorato il – 10%. Negli ultimi 13 anni i ricercatori non trovano più spazio nelle università italiane (-14%) e questo quadro di precarizzazione ed esclusione peggiora notevolmente se si va al Sud. Le ultime politiche governative hanno favorito le quote premiali ai fondi strutturali, hanno allargato il divario tra i “poli di eccellenza” e gli altri atenei pubblici, creando contesti elitari pagati attraverso lo smantellamento progressivo della ricerca pubblica. Poche istituzioni hanno contestato questa politica, che sta svuotando la scuola italiana di insegnamenti essenziali, come ad esempio la storia o il latino. Ma se non ci si può certo attendere l’appoggio concreto di partiti e sindacati, quella piccola parte di mondo accademico svincolata da interessi di bottega, insieme ai pochi intellettuali rimasti in Italia e agli studenti, ovvero al futuro dell’Italia, deve assolutamente riflettere su questa situazione e delineare una svolta. Subito.

L’intervento delle tre diplomate (dalla pagina YouTube della Scuola Normale Superiore di Pisa)

La denuncia contro il darwinismo sociale…

Le tre rappresentanti degli studenti della facoltà di Lettere hanno anche puntato il dito sugli effetti dannosi della «retorica dell’eccellenza»: spesso quello che viene spacciato per “meritocrazia” (altro termine di plastica molto abusato) è in realtà darwinismo sociale: sopravvive e si afferma solo chi è in grado di adattarsi alle condizioni della competizione, ma la gara è spesso inficiata da diseguaglianze di classe e di genere. «La retorica del merito e del talento», sottolinea Valeria Spacciante nel suo intervento «è un alibi per generare una competizione malsana ed esasperata». Tanto esasperata che genera negli allievi malessere e disagi psicologici e fisici: la sindrome dell’impostore (a dispetto delle dimostrazioni esteriori delle proprie competenze, le persone affette da tale sindrome rimangono convinte di non meritare il successo ottenuto, ndr). Questa sindrome nasce dal senso di inadeguatezza di fronte alla grandeur dell’eccellenza e alla performatività esasperata adottata per porvi rimedio. Ma il modello neo liberista scelto dalla Scuola Normale di Pisa, basato su ideologia della competizione e dell’iperproduttività, è – a detta delle tre neo diplomate – «incompatibile con l’incompletezza e la fallibilità di uno studente».

… e la disparità di genere

La terza relatrice, Valeria Grossi, è intervenuta sulla disparità tra uomini e donne nell’accesso alla carriera universitaria. Se le borse di dottorato e gli assegni di ricerca sono equamente distribuiti, le cattedre di seconda e prima fascia nella stragrande maggioranza dei casi sono affidate a uomini: solo il 25% della prima fascia è ricoperto da donne. «I ritmi della ricerca odierna, quelli per i quali il precariato si vince solo dopo i 40 anni di età, e avendo dedicata i precedenti 20 a nient’altro che a studi e pubblicazioni, sono incompatibili con la volontà di avere una famiglia.

Come rimediare davanti a cotanto disastro? A suggerire alcune soluzioni sono le stesse allieve: dare più spazio alle richieste degli studenti e coinvolgerli nelle scelte didattiche, aprire le porte dei poli di eccellenza a scambi con le università statali del territorio, investire sulla ricerca, eliminare le diseguaglianze di genere. Verranno ascoltate? A giudicare dalle reazioni e dal coro di solidarietà che si è sollevato in pochi giorni su media e social, probabilmente sì. Attendiamo interventi concreti.

La scuola deve creare eretici (quasi un post scriptum)

Non deve apparire insolito che a sollevare questo dibattito sul declino delle università italiane siano tre studentesse di Lettere. Come sottolineava nel suo saggio sull’importanza del sapere inutile il professor Nuccio Ordine, autore del libro “L’utilità dell’inutile”, «l’istruzione è sempre più proiettata verso l’insegnamento di materie “utili”, verso il professionismo e l’aziendalismo. Non aiuta a diventare migliori. La logica aziendale guarda alla quantitas, sacrificando la qualitas. Gli studenti sono ridotti a clienti, mentre l’Università dovrebbe essere il luogo dove si fabbricano eretici. Dovrebbe essere il luogo della resistenza». La conoscenza che viene trasmessa dalla scuola pubblica ha quindi fini meramente utilitaristici, perché bisogna imparare a fare un mestiere. «L’eretico, nel senso etimologico della parola», prosegue il professor Ordine «è colui che è in grado di scostarsi dall’ortodossia dominante, che oggi coincide con la logica utilitaristica del profitto. Newman sosteneva che il sistema scolastico deve formare uomini liberi, capaci di sviluppare un proprio pensiero, non costruire dei conformisti. L’incontro con un professore e con un libro può cambiarti la vita». Ecco perché facoltà come Lettere e Filosofia, materie considerate “non utili”, sono ancora in grado di creare “eretici”. Come le tre neo diplomate della Normale di Pisa.

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1 COMMENTO

  1. Bei concetti e viva la formazione universitaria di uomini liberi . Se però delle formazioni universitarie come quella del Dams di Bologna o simili finiscono per produrre solo disoccupati , allora mi dispiace ma non ci siamo proprio.