Auto di lusso, centrali a gas, nucleare: quando la transizione ecologica è nemica dell’ambiente

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Luigi Di Fonzo
Direttore responsabile. Giornalista professionista, poeta, saggista, esperto di musica pop-rock, ama leggere e viaggiare. Due azioni complementari: spesso grazie alla lettura viaggia anche se è a letto e spesso legge mentre è in viaggio. Colleziona fumetti, in primis quelli di Andrea Pazienza e Hugo Pratt.

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Il ministro Roberto Cingolani

Il ministro alla transizione ecologica Roberto Cingolani non finisce mai di stupirci. Chiamato alla guida del “nuovo” ministero dell’Ambiente voluto da Cinque stelle e popolo verde, il professore e fisico milanese sta dimostrando nei fatti – oltre che con le parole – che processi come la decarbonizzazione e la denuclearizzazione rappresentano pura fantasia per l’Italia.

I combustibili fossili? Non si toccano

Dopo la nomina nel governo Draghi, avvenuta il 2 marzo 2021, ci si aspettava dal nuovo titolare di dicastero un impegno immane sul fronte delle energie rinnovabili che, realizzate con tecnologie sicure e collaudate, si basano su materie prime come il sole e il vento, elementi di cui l’Italia può vantare una ricchezza immane. Ciò in parte è avvenuto e il ministro Cingolani ha tenuto a sottolineare, nel bilancio dei primi sette mesi di governo, come nei prossimi anni verranno installati 70 miliardi di watt di impianti fotovoltaici ed eolici. Quello che non ha spiegato è perché il suo ministero non abbia fatto nulla per bloccare i progetti di centrale a gas delle grandi aziende di produzione di energia elettrica, impianti che dovranno affiancare, da qui al 2025, la progressiva dismissione delle centrali a carbone. Su un altro fatto rilevante ha taciuto il ministro alla Transizione ecologica. Il 14 luglio scorso la Commissione Europea che lavora sull'”European Green Deal” ha presentato un pacchetto di proposte finalizzato al raggiungimento della totale decarbonizzazione, fissata al 2050. Tra queste proposte è compreso lo stop alla produzione e alla vendita di veicoli a benzina e a diesel in tutti i Paesi dell’Unione Europea, a partire dal 2035. Per ora si tratta di una serie di proposte che il Parlamento deve ancora approvare, ma intanto l’Italia ha già messo le mani avanti…

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Il made in Italy per ricchi che inquina va tutelato

Nonostante la dichiarata adesione italiana al Green deal, da parte del Ministero della Transizione ecologica è stata avanzata la richiesta di una proroga: richiesta che naturalmente la Commissione europea non è intenzionata a concedere. Cingolani stesso ha spiegato le ragioni delle obiezioni: l’Italia intende proteggere i marchi italiani di auto sportive e di lusso – come Ferrari, Lamborghini e Maserati – dalla proposta della Commissione europea. L’Italia porta dunque avanti il concetto che sì, le auto di lusso sono sicuramente più inquinanti, ma le vendite di tali auto sono vertiginosamente più basse. Questo, dunque, “compenserebbe” la questione delle emissioni perché il mercato delle auto di lusso è una nicchia; di conseguenza, non comprendendo le auto di lusso nello stop voluto dalla Commissione, ma rimarrebbe solo «una frazione di un mercato che conta milioni», come precisa Cingolani.

La transizione ecologica? Facciamola nei Paesi poveri

Il discorso di Cingolani non fa una piega: non sono le emissioni di gas serra dell’Europa a rappresentare il vero pericolo per il cambiamento climatico, bensì quelle prodotte dai 4,8 miliardi di persone che vivono, inquinano e consumano energia completamente da combustibili fossili. Il discorso degli investimenti per la transizione ecologica quindi andrebbe spostato proprio nei Paesi poveri o che producono l’energia che inquina: 150 Paesi da sostenere con aiuti finanziari e nuove tecnologie. Il ministro ha già fatto i suoi calcoli: 100 miliardi di euro all’anno. Per molti anni. Così magari salviamo anche le auto sportive e di lusso prodotte in Inghilterra, Germania, Francia, Usa…

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Ritorno al nucleare, ma di nuova generazione

Ma la perla delle perle arriva il 1° di settembre come un fulmine a ciel sereno, quando Cingolani apre all’energia nucleare affermando che «si stanno affacciando tecnologie di quarta generazione, senza uranio arricchito e acqua pesante. Ci sono Paesi che stanno investendo su questa tecnologia, non è matura, ma è prossima a essere matura. Se a un certo momento si verifica che i chili di rifiuto radioattivo sono pochissimi, la sicurezza elevata e il costo basso, è da folli non considerare questa tecnologia». L’idea non è nuova, visto che piccoli reattori vengono già impiegati nelle navi a propulsione nucleare, ma c’è da dire che i sostenitori di questi “impianti tascabili” puntano a replicare questa tecnologia su scala industriale, abbassando i costi e, soprattutto, le scorie radioattive e moltiplicando la potenza di erogazione di energia. In Europa il Paese più all’avanguardia in tema di nucleare è la Francia, che ha sviluppato reattori di terza generazione con risultati molto deludenti. «I lavori per il nuovo reattore nella centrale nucleare di Flamanville iniziarono nel 2007 e sarebbero dovuti costare tre miliardi e mezzo, da progetto iniziale», avverte Angelo Bonelli di Europa Verde. «Ora i costi sono lievitati, si è arrivati oltre gli 11 miliardi e ancora non è stato ultimato. Potrebbe diventare operativo nel 2022: ci sono voluti quindici anni».

Aspettando la vera svolta green

A prescindere da come andranno a finire le partite aperte dal professor Cingolani su questi fronti, una cosa è certa: il Governo della Transizione ecologica guidato da Mario Draghi non ha mai messo al centro delle sue politiche e delle sue azioni la questione ambientale. Anzi, fino a oggi l’azione del ministero tanto sbandierato come novità del nuovo governo, ha permesso alle trivelle di continuare a perforare l’Adriatico, ha dato il via libera all’ampliamento della centrale a gas di Ostiglia (Mantova) ed è arrivato a sostenere l’uso del glisofato in agricoltura, un erbicida messo al bando in tutta Europa. La svolta green? La stiamo ancora aspettando.

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