Amnesty International: annullare le accuse contro chi ha smascherato le bugie sull’Afghanistan

In evidenza

Redazione i404
i404 racconta com'è cambiato il mondo e dove sta andando. Quello che raccontiamo è un’opportunità.

Tempo di lettura stimato: 5 minuti

Julian Assange nella conferenza stampa del 25 luglio 2010 a Londra (Photo by Peter Macdiarmid/Getty Images)

Annullare le accuse contro Julian Assange e farlo tornare un uomo libero. Un giornalista libero. È quanto chiede con ancora più forza Amnesty International dopo l’inchiesta andata in onda ieri sera su Raitre, durante il programma “Presa Diretta” condotto da Riccardo Iacona e intitolato “Julian Assange, processo al giornalismo”.

Tutto è iniziato con la pubblicazione di “Afghan War Logs”

Assange è i giornalista australiano fondatore di WikiLeaks, sito di informazione che ha avuto il coraggio di svelare e rendere pubblici i segreti della più grande potenza del mondo, gli Stati Uniti. Il 25 luglio del 2010 con una conferenza stampa e con la pubblicazione su WikiLeaks di “Afghan War Logs”, Assange ha mostrato al mondo decine di migliaia di documenti militari secretati che raccontavano la guerra in Afghanistan in cui veniva fuori un quadro devastante di un intervento militare fallito. I file – ben 76.910 – rivelavano cosa avevano fatto i militari americani tra il gennaio del 2004 e il dicembre del 2009, con centinaia di uccisioni indiscriminate di civili di cui non si era mai avuta notizia. La situazione in Afghanistan e la ritirata delle truppe statunitensi oggi ci restituisce, undici anni dopo la pubblicazione di quei documenti, il disastro di una guerra lunga e controversa.

Pochi mesi prima della pubblicazione di questi documenti, l’organizzazione di Julian Assange aveva pubblicato un memorandum riservato della CIA, datato 11 marzo 2010. Non aveva fatto grande scalpore, eppure era importante perché spiegava le strategie da usare per scongiurare il rischio che l’opinione pubblica francese e tedesca si rivoltasse contro la guerra, chiedendo il ritiro dei loro militari. In quel periodo i due paesi europei avevano i contingenti più grandi in Afghanistan, dopo quelli di Stati Uniti e Inghilterra: un ritiro delle loro truppe sarebbe stato a dir poco problematico per il Pentagono. Uno dei fattori su cui la Cia faceva più affidamento era proprio l’indifferenza che questa guerra generava nella pubblica opinione occidentale: se ne parlava rarissimamente nei giornali e si vedeva ancora meno in televisione, quindi stragi e atrocità non generavano alcuna reazione nell’opinione pubblica occidentale. «Lo scarso rilievo della missione in Afghanistan» scriveva infatti la CIA nel documento rivelato da WikiLeaks «ha permesso ai leader di Francia e Germania di ignorare l’opposizione della gente e di continuare ad aumentare costantemente il numero delle loro truppe nella missione Isaf».

Questi 76.910 file registravano in tempo reale gli eventi significativi (SigActs, significant activities) dal gennaio del 2004 al dicembre del 2009, ovvero negli anni che andavano dal secondo mandato presidenziale di George W. Bush fino al primo anno dell’amministrazione di Barack Obama. I rapporti erano compilati dai soldati dell’esercito americano (Us Army), quindi erano il loro racconto del conflitto. Non contenevano informazioni di eventi top secret, perché si trattava di documenti classificati al livello secret.

Photo by Joel Rivera-Camacho on Unsplash

Il mondo scopre l’esistenza della Task Force 373

I documenti lasciavano emergere per la prima volta centinaia di vittime civili mai computate: il quotidiano inglese “The Guardian” aveva contato almeno 195 morti e 174 feriti, ma aveva fatto notare che il dato era sicuramente sottostimato. I file aprivano anche uno squarcio sulla guerra segreta che si combatteva con unità speciali mai conosciute prima di allora, come la Task Force 373, e con i droni, gli aerei senza pilota che, comandati dai soldati americani che si trovavano in una base del Nevada, uccidevano in posti remoti come l’Afghanistan. La Task Force 373 era un’unità d’élite che prendeva ordini direttamente dal Pentagono e aveva come missione quella di catturare o uccidere combattenti di alto livello di al Qaeda e dei talebani. La decisione di chi catturare e chi ammazzare in modo stragiudiziale, ovvero senza alcun processo giudiziario, appariva completamente affidata alla task force.

Il valore degli “Afghan War Logs” rivelati da WikiLeaks stava proprio nel far emergere i fatti che la macchina della propaganda del Pentagono nascondeva e le oscure operazioni della Task Force 373 erano uno degli esempi. Come riferito anche da PresaDiretta, le brutalità con cui queste forze speciali agivano nella notte aveva portato a sterminare forze afghane alleate, donne e bambini. Questo tipo di attacchi contribuivano a creare un forte risentimento nelle popolazioni locali contro le truppe americane e della coalizione.

I talebani usano i razzi made in Usa

I file, però, non rivelavano solo i massacri commessi dalle truppe americane, ma anche dai talebani, in modo particolare quelli causati dai loro atroci attacchi con gli Ied, gli ordigni esplosivi improvvisati. Secondo i dati riportati dal “Guardian”, dal 2004 al 2009 il database degli “Afghan War Logs” permetteva di ricostruire come gli Ied avessero causato oltre duemila vittime civili e come il 2009 fosse stato un anno particolarmente terribile, con cento attacchi in appena tre giorni. Il quotidiano londinese evidenziava come gli Ied fossero l’arma preferita dai talebani, quella con cui cercavano di contrastare la schiacciante superiorità tecnologica delle truppe occidentali.

L’intensificarsi degli attacchi contro truppe americane e della coalizione internazionale era registrato nei file a partire dalla fine del 2005. Scavando nella documentazione, il settimanale tedesco “Der Spiegel” aveva ricostruito che questa escalation era anche dovuta al fatto che i talebani e i signori della guerra, come il famigerato Gulbuddin Hekmatyar, minacciavano o anche pagavano cifre importanti, che potevano arrivare a diecimila dollari, affinché la guerriglia locale portasse avanti azioni contro i soldati.

I file rivelavano anche un’altra informazione mai emersa prima pubblicamente: dalle ricerche del “New York Times” nel database risultava che i talebani avevano ottenuto missili terra-aria trasportabili e a ricerca di calore del tutto simili agli Stinger che, venticinque anni prima, la Cia aveva fornito ai mujaheddin. Un tragico contrappasso: le armi con cui i guerriglieri afghani avevano inflitto perdite devastanti ai sovietici, costringendoli alla ritirata, era finita nelle mani dei nemici degli americani in Afghanistan.

Photo by Hernan Lucio on Unsplash

Assange: mi piace fare a pezzi i bastardi

Subito dopo la pubblicazione degli “Afghan War Log”, il settimanale tedesco “Der Spiegel” aveva intervistato Julian Assange, chiedendogli: «Lei avrebbe potuto creare un’azienda nella Silicon Valley e vivere a Palo Alto in una casa con piscina. Perché ha invece deciso di dedicarsi alla creazione di WikiLeaks?».
Assange aveva risposto: «Si vive solo una volta e quindi abbiamo il dovere di far un buon uso del tempo a disposizione e di impiegarlo per compiere qualcosa di significativo e soddisfacente. Questo è qualcosa che io considero significativo e soddisfacente. È la mia natura: mi piace creare sistemi su larga scala, mi piace aiutare le persone vulnerabili e mi piace fare a pezzi i bastardi. E quindi è un lavoro che mi fa sentire bene».

Ma il Pentagono non la vedeva allo stesso modo: l’allora segretario alla Difesa Robert Gates promise subito «un’inchiesta aggressiva», mentre l’ammiraglio Mike Mullen aveva dichiarato: «Assange può dire quello che vuole sul bene che lui e la sua fonte credono di fare, ma la verità è che potrebbero avere già le mani sporche del sangue di qualche giovane soldato o di una famiglia afghana».

La verità 40 anni dopo il Vietnam

Quei documenti permettevano per la prima volta di diradare la nebbia della guerra, mentre il conflitto in Afghanistan era in corso e non venti o trent’anni dopo, quando ormai i fatti potevano interessare giusto agli storici di professione. Era dal 1971, quando Daniel Ellsberg fece uscire i “Pentagon Papers” – settemila documenti top secret sul Vietnam –, che l’opinione pubblica non aveva più avuto l’opportunità di accedere a migliaia di informazioni riservate su una guerra mentre questa era in corso. Di fronte alla dichiarazione dell’ammiraglio Mike Mullen era d’obbligo una notevole dose di sano scetticismo, perché era ovvio che il Pentagono fosse furioso con Assange. Eppure quelle parole fecero subito breccia nell’opinione pubblica e nei media.

Photo by Kevin Schmid on Unsplash

L’appello di Amnesty International: annullare le accuse

«Gli incessanti tentativi del governo Usa di processare Julian Assange per aver reso pubblici documenti riguardanti anche possibili crimini di guerra commessi dalle forze armate statunitensi non sono altro che un assalto su larga scala al diritto alla libertà d’espressione», è scritto sulla pagina di Amnesty International Italia.

«Julian Assange è attualmente detenuto nella prigione di massima sicurezza di Belmarsh, nel Regno Unito, sulla base della richiesta di estradizione degli Usa per accuse che derivano direttamente dalla pubblicazione di documenti segreti nell’ambito del suo lavoro con Wikileaks. Ci opponiamo fermamente all’eventualità che Julian Assange sia estradato o trasferito in ogni altro modo negli Usa, dove rischia di subire gravi violazioni dei diritti umani, tra cui condizioni di detenzione che potrebbero equivalere a tortura e altri maltrattamenti, come un prolungato isolamento. Il fatto che sia stato obiettivo di una campagna ostile promossa da funzionari Usa fino ai più alti livelli compromette il suo diritto alla presunzione di innocenza e lo espone al rischio di un processo iniquo». Amnesty chiede quindi alle autorità statunitensi di «annullare le accuse contro Julian Assange derivanti solo dall’attività di pubblicazione di documenti con WikiLeaks».

La moglie: se muore, non si è suicidato

Una delle testimonianze più preziose raccolte da Riccardo Iacona è quella di Stella Moris, compagna e madre dei due figli di Assange: «Julian non vede i suoi figli da ottobre, da quando la prigione è stata chiusa per il Covid. Io non dico ai bambini che il loro padre è in prigione. Perché quando gli insegnerò che cos’è una prigione, gli dirò che è un posto dove finiscono i criminali, persone cattive che fanno cose cattive, non gli uomini buoni che hanno fatto cose buone. È in una cella di nove metri quadrati. Ed e lì da due anni e mezzo. Ed ora siamo arrivati al punto che ci sono solo due strade: o Julian riacquista la libertà o muore. E se muore, non è perché si è suicidato, è perché lo hanno ucciso».

- Pubblicità -spot_imgspot_img