Riscaldamento globale, l’allarme degli scienziati: nel 2034 il punto di non ritorno

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Luigi Di Fonzo
Direttore responsabile. Giornalista professionista, poeta, saggista, esperto di musica pop-rock, ama leggere e viaggiare. Due azioni complementari: spesso grazie alla lettura viaggia anche se è a letto e spesso legge mentre è in viaggio. Colleziona fumetti, in primis quelli di Andrea Pazienza e Hugo Pratt.

Tempo di lettura stimato: 3 minutiDieci anni fa il riscaldamento globale aveva raggiunto una stima di 0,89° in più. Gli scienziati stabilirono che, se la tendenza del global warming avesse continuato ad aumentare con quel ritmo, nel dicembre del 2045 si sarebbe raggiunta la soglia di rischio di più 1,5°, con conseguente accelerazione estrema della desertificazione, dello scioglimento dei ghiacci, degli eventi atmosferici disastrosi. Quando si parla di riscaldamento globale ci si riferisce all’aumento, in una media di 30 anni, della temperatura di tutta la Terra rispetto al periodo pre industriale, ovvero quando i gas serra erano praticamente inesistenti.

Photo by Bianca Benini on Unsplash

La nuova deadline: 2034

A gennaio del 2021, però, gli scienziati hanno dovuto rifare i loro calcoli. L’aumento della temperatura globale infatti è stata stimata di 1,19°. Mancano soltanto 0,3° per raggiungere la soglia del rischio, che gli scienziati questa volta hanno dovuto anticipare a gennaio 2034. Una stima davvero ottimistica, se si pensa alla lentezza con cui i governi stanno procedendo per raggiungere gli obiettivi fissati dall’Agenda 2030. Per invertire la rotta bisognerebbe eliminare la produzione dei cosiddetti gas serra. Pensate che l’ossigeno prodotto dal nostro pianeta è ristretto in uno spazio alto circa 12 chilometri: l’atmosfera. All’interno di questa “ciambella” ci sta di tutto, e gli oceani e le foreste – debitamente inquinati e danneggiate – sono in grave difficoltà nell’assorbire e trasformare l’anidride carbonica sempre più presente nell’aria.

Buontempo: bisogna cambiare rotta subito

In un’intervista rilasciata al quotidiano Il Fatto Quotidiano, il direttore del Climate Change Service, Carlo Buontempo, sottolinea come «tutti gli studi a nostra disposizione dimostrano come le conseguenze negative siano straordinariamente superiori rispetto ai benefici del surriscaldamento globale: è necessario cambiare rotta».Buontempo è anche l’ideatore dell’applicazione che permette a tutti di verificare quanto sia veloce la corsa del surriscaldamento globale. Questo vuol dire che adesso tutti – governi, istituzioni, partiti, associazioni, cittadini – possono sapere quotidianamente a cosa stiamo andando incontro.

Il grafico tratto dal sito cds.climate.copernicus.eu

Cosa è stato fatto dopo Greta

Sono trascorsi quasi tre anni da quando una quindicenne di Stoccolma, Greta Thunberg, che frequentava il nono anno di scuola, decise di non entrare più in classe fino alle elezioni legislative. Di fronte alle eccezionali ondate di calore che avevano colpito la Svezia e ai gravi incendi boschivi, la ragazza chiedeva al governo svedese di ridurre le emissioni di gas serra come previsto dall’accordo di Parigi sul cambiamento climatico. Ogni giorno, durante l’orario scolastico, questa ragazza si sedeva davanti al Parlamento svedese con il suo cartello di protesta. Dopo le elezioni, ha poi proseguito la sua protesta davanti al Parlamento ogni venerdì, dando vita così al movimento internazionale Fridays for Future.

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Tantissime manifestazioni e partecipazioni a meeting e congressi internazionali, con migliaia di giovani mobilitati e tanti governi che, all’inizio, sono sembrati vicini e sensibili al problema che le ultime generazioni hanno creato ai futuri abitanti della Terra. Ma, a parte le solite dichiarazioni di intenti, qualche governo ha effettivamente bloccato la deforestazione in Africa e Amazzonia? I combustibili fossili sono stati messi al bando? I test atomici sono stati interrotti? Le politiche energetiche hanno incentivato le industrie green? Tutt’altro. Anzi, con la pandemia da Covid-19 il pianeta sembra aver dato l’ultimo avviso all’umanità.

Vivere nel sottosuolo. E i ricchi su Marte

I più catastrofisti hanno fissato nel 2050 l’anno in cui l’uomo sarà costretto a vivere sotto terra, come i topi, o a fuggire nello spazio. Si potrà tornare “sulla Terra” soltanto di notte, quando non ci sono raggi solari, o quando i venti e i temporali lo consentiranno. Città a 100 metri sotto il suolo, dove la temperatura costante è di 17 gradi e l’acqua ancora bevibile. Ma fino a quando anche il sottosuolo sarà abitabile? Anche i nostri antenati vivevano nelle grotte, ma per cibarsi e vivere avevano un pianeta a disposizione.

I più ricchi si concederanno qualche “villaggio spaziale”, in orbita tra la Terra e la Luna, in attesa di tempi migliori. I più fortunati avranno la loro villa su Marte. E magari, dopo aver accumulato così inutilmente tutte quelle ricchezze quand’erano sulla Terra, finalmente si chiederanno se non valeva la pena rinunciare a qualche centinaio di miliardi di dollari, invece che uccidere il pianeta più bello dell’universo.

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