Siamo dipendenti dagli imballaggi. E il packaging è ancora dipendente dalla plastica

Tempo di lettura stimato: 4 minuti

Ogni anno produciamo circa 210 grammi di rifiuti da imballaggi di plastica a testa. L’Italia è terza in Europa, secondo gli ultimi dati disponibili (Eurostat 2016) . Prima di noi Lussemburgo e la capofila Germania (220 chili).
La media europea è di 170 chili. I dati sono in crescita: 10 anni fa erano 153.

I supermercati sono pieni di imballaggi con dentro prodotti che potrebbero essere venduti sfusi. O meno confezionati. Negli anni ’70 la rivoluzione della plastica ha sostituito vecchie modalità di imballaggio dei prodotti. Che erano green.

Ridurre gli imballaggi che portiamo a casa nella busta della spesa spesso è arduo, perché soprattutto la grande distribuzione ancora non ha compreso che il cambiamento è fondamentale. E modificare anche le nostre abitudini non è facile. Ma è necessario ripensare a come prodotti alimentari e non alimentari vengono venduti nei negozi e online. Se rinunciare per l’uomo è difficile, trovare soluzioni alternative è l’unica via d’uscita.

packaging di plastica

Photo by Nicepear Jakarta on Unsplash

Il packaging sostenibile, quando sono i consumatori a chiederlo.

L’Italia è medaglia di bronzo per consumo di rifiuti da imballaggio di plastica, siamo i secondi del Mediterraneo in quanto a consumo di un materiale che non è sostenibile.
A nostro favore un dato: nel 2018 l’80,6% dei rifiuti di imballaggio è stato recuperato (10.691 tonnellate delle 13.267 totali). Conai, il Consorzio nazionale imballaggi, sottolinea che rispetto all’anno precedente il recupero complessivo è aumentato del 3%.
Nel 2018 nel nostro paese sono stati riciclati “il 78,6% degli imballi in acciaio, l’80,2% di quelli in alluminio, l’81,1% di quelli in carta, il 63,4% di quelli in legno, il 44,5% di quelli in plastica e il 76,3% di quelli in vetro“. Ma si può ancora fare meglio. Si può ripensare l’intera filiera. È il mercato a chiederlo.

Cosa scelgono di comprare i clienti.

Secondo uno studio commissionato di recente in Inghilterra, Francia e Italia, 1 consumatore su 5 non sarebbe disposto ad acquistare prodotti con troppi imballaggi. E il 24% non comprerebbe da un marchio che non è credibile dal punto di vista della sostenibilità. Il 78%, invece, è disposto a pagare qualcosa in più per avere un packaging più green.

Le aziende comunicano male.

Molto spesso il problema è la comunicazione. Brand che cercano di fare la differenza, abbandonando vecchie abitudini e stili di vendita che non sono più sostenibili, ma che non riescono a comunicare in maniera chiara la piccola o grande rivoluzione che stanno compiendo. Non ci sono indicazioni chiare che possano aiutare i clienti verso acquisti consapevoli. Il 94% degli italiani, ad esempio, chiede etichette più chiare.
Si rischia di perdersi in un mare di packaging di plastica, dannoso e inutile. Quando invece la propria politica aziendale è green e trasparente. E di esempi in questo senso ce ne sono molti. In Italia e all’estero.

plastica

Photo by Karina Tess on Unsplash

Packaging sostenibili, per acquisti consapevoli.

Crescono le iniziative di packaging che si fanno sempre più green. Perché se proprio non riusciamo a rinunciare a una cosa, possiamo comunque trasformarla.
Vi abbiamo già raccontato di come le api sono preziose anche per creare pellicole green che potrebbero sostituire la plastica in circolazione. Ma l’ingegno umano ha ideato anche altre soluzioni per ovviare al problema, che esiste ed è inutile nasconderlo.

Grande distribuzione e food: i buoni esempi che ci sono.

Il Consorzio Agribologna ha ideato un packaging completamente biodegradabile e compostabile per avvolgere la verdura prodotta dagli agricoltori che aderiscono al consorzio. La linea “Questo l’ho fatto io” è già arrivata negli scaffali della GDO (Coop, Gulliver e presto anche Conad) e propone prodotti confezionati con film in PLA, acido polilattico, completamente compostabile.

In Colorado la catena The Zero Market ha avviato a Denver un progetto per mettere in vendita solo prodotti con materiali bio o riciclabili. E lo stesso fa a New York la catena The Fillery, dove i prodotti in vendita sono sfusi.
L’Inghilterra risponde con i negozi biologici di Earth.Food.Love: zero imballaggi, zero sprechi. I supermercati Iceland del Regno Unito prevedono di diventare plastic free entro il 2023.
In Olanda meglio fare la spesa da Ekoplaza, completamente plastic free. Mentre Carrefour si avvia ad abbandonare ove possibile la plastica nei prossimi anni.

Deliveroo, una delle più famose aziende di food delivery, ha annunciato l’eco packaging, per abbandonare per sempre la plastica. Ma si può già contare sull’opzione No posate, molto apprezzata dai clienti. Anche Naturasì mira a diventare presto plastic free al 100%. Carte d’Or ha lanciato una vaschetta in bioplastica, da scarti di mais. Conad promette di eliminare la plastica da tutti i suoi prodotti a marchio. Mentre Corona ha ideato gli anelli delle lattine in materiale bio.

Skipping Rocks Lab è una start up londinese che crea packaging sostenibile, partendo da piante e alghe marine, per prodotti che si possono usare anche per contenere liquidi.

Uwe D’Agnone, proprietario dell’attività familiare Hennefer Creapaper, ha ideato un valido sostituto a imballaggi di altra natura, come ad esempio il legno. E ha ideato una carta che viene prodotta dal fieno: si usano gli scarti di potatura verde di ogni prato e la produzione ha un impatto e dei consumi inferiori. Solo 2 litri di acqua per tonnellata di fibra di erba al posto dei 6 mila usati per il legno.

packaging ecosostenibile

Photo by Nynne Schrøder on Unsplash

Moda e bellezza.

E-commerce online e sostenibilità: Zalando ha annunciato che gli imballaggi saranno green entro il 2020. Ma anche Amazon annuncia confezioni che ottimizzano lo spazio ed evitano sprechi di imballaggio.

Piccoli Plast, azienda a gestione familiare di Caselle Landi, in provincia di Lodi, si occupa di packaging da più di 25 anni. Al Cosmopack ha presentato imballaggi sostenibili realizzati in plastica di origine rinnovabile, che sfrutta materie prime come la canna da zucchero, ad esempio.

Galaamar è un brand di moda che ha fatto della sostenibilità il suo punto di forza. Il brand californiano realizza costumi da bagno green, sfruttando le reti da pesca che non vengono più usate, ma anche etichette realizzate con materiali riciclati e packaging ecologico, fatto di materiali ecologici e rigenerati.

In Italia, il progetto Fortunale non propone solo maglie ecosostenibili e azioni di sensibilizzazione per i clienti. Ma ogni fase della produzione e della vendita è green. Anche gli imballaggi e la spedizione con corriere.

L’Erbolario da qualche tempo ha avviato delle attività per ridurre l’impatto di ogni passaggio della filiera dei suoi prodotti, anche del packaging oltre che della logistica.

Anche il colosso Procter & Gamble si è mosso e dall’anno scorso alcuni dei suoi marchi hanno già proposto packaging più green. Ed entro il 2025 l’obiettivo è quello di ridurre del 30% la plastica usata.

sacchetto di plastica

Photo by Griffin Wooldridge on Unsplash

Fare la differenza si può, le alternative non mancano. E non mancano anche gli incentivi economici. Il ministro dell’ambiente Costa nella Legge di Stabilità ha promesso un fondo per premiare le aziende che fanno della sostenibilità, anche negli imballaggi, il loro punto di forza. Il Decreto Crescita, invece, propone un credito d’imposta alle imprese green.
Solo questione di volontà, a questo punto? O forse manca ancora una cultura adeguata? Abbiamo già detto addio alle buste della spesa in plastica. Facciamo quell’ulteriore passo in avanti necessario per salvare il pianeta.

Conosci altri buoni esempi?
Segnalali nei commenti.

Altro dall’autore:

About Author

Patrizia Chimera

Giornalista pubblicista di attualità e lifestyle. Spirito zen, curiosità innata, ama sempre mettere tutto in discussione


COMMENTA CON FACEBOOK




Lascia un commento

Top