Stiamo avvelenando i nostri figli. A pane e plastica

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Mangiamo plastica. Letteralmente.

Non solo perché a casa o nella pausa pranzo beviamo dalla bottiglietta di plastica, scaldiamo il pranzo nel microonde nel suo contenitore in plastica, magari usiamo anche piatto, bicchiere e forchetta monouso e ci facciamo il caffè nel bicchierino con annessa paletta in plastica. Ma perché in molte delle cose che mangiamo o usiamo, dall’acqua al sale, dai cosmetici ai maglioni in pile, dalle vernici ai materiali, dai prodotti usati in agricoltura ai materiali da costruzioni, ci sono microplastiche.

Quelle di cui hai letto che stanno inquinando i mari fino ad arrivare nel fondo della Fossa della Marianne, ma anche nelle nostre belle Tremiti o Cinque terre. Che sono state trovate anche nell’Artico e perfino in montagna, dove si diffondono aiutate dal vento.  Quelle che si trovano nello stomaco di 8 sgombri su 10 pescati alle Canarie. Che stanno danneggiando le tartarughe marine e l’ecosistema tutto
E che stanno avendo un forte impatto anche sulla nostra vita. E che sono un killer silenzioso e spesso snobbato o ignorato. Certo, le microplastiche sono particelle piccolissime, tra i 5 ed i 330 micrometri. Ma non per questo sono meno pericolose. Fanno parte degli 8 milioni di tonnellate di plastica che entrano in mare ogni anno. Dobbiamo avere tolleranza zero.

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Ora ti passiamo un dato che forse ti farà cambiare punto di vista.

Nelle urine dei bambini sono state trovate microplastiche.

Nel 100% del campione analizzato tra i 4 ed i 14 anni.
Ftalati (DEHP) e Bisfenolo A (BPA), entrambi causa di un cambiamento dei valori ormonali: prematuro sviluppo delle ghiandole mammarie, pubertà precoce, obesità infantile.
Microplastiche individuate anche nelle feci. Con possibili danni alla risposta immunitaria dell’intestino.
Giocattoli, contenitori per alimenti, cosmetici, carta termica, alimenti contenuti in confezioni di plastica, bottigliette di plastica, solo alcuni dei prodotti di uso comune sul banco degli imputati.
L’unica difesa: mettere un freno da una parte e adottare strategie di riciclo e riuso dall’altra.

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Lotta all’inquinamento da plastica: best practice.

Se ad Amsterdam nasce il primo supermercato con imballaggi biodegradabili, la Carrefour si è impegnata a vendere solo confezioni interamente riciclabili, riutilizzabili o compostabili per i prodotti a proprio marchio e la Nestlè punta a rendere il 100% dei suoi imballaggi riciclabili o riutilizzabili. Per entrambe le aziende la sfida è entro il 2025. Intanto in provincia di Agrigento, a Favara, sorge la prima scuola d’Italia plastic free. Le bottiglie di plastica? Sostituite da borracce in alluminio. Rimini, la Costa Smeralda, ma anche diverse altre spiagge d’Italia stanno ponendo divieti alla plastica (ed anche al fumo) per la stagione estiva 2019.
Agitatori per cocktail in metallo utilizzabili infinite volte, cannucce in rame, sono alcune buone prassi utilizzate dai locali. Ma la buona pratica dello stop alla plastica in Italia è stata adottata anche dal Ministero dell’Ambiente grazie all’installazione di dispenser di acqua alla spina e sostituzione di prodotti all’interno dei distributori.
Lo stesso governo che a partire dal 1 gennaio 2019 ha messo fuori legge i cotton fioc non biodegradabili e che con la Legge di bilancio 2019 ha introdotto un credito d’imposta nella misura del 36% delle spese sostenute dalle imprese per l’acquisto di prodotti realizzati dal riciclo della plastica o per l’acquisto di imballaggi biodegradabili e compostabili. E incentiva i produttori, su base volontaria, a mettere in atto iniziative per limitare la produzione di rifiuti da plastica monouso o per sostenere e favorire esempi intelligenti di riciclo. Inoltre prevede l’istituzione di un fondo per finanziare attività di studio sulla materia (con una dotazione di 100.000 euro a decorrere dal 2019).
Stimoli interessanti alle imprese per il rispetto dell’ambiente, ma che rivelano anche la mancanza di una vera e propria strategia d’insieme. Che se non parte in maniera strutturata dalla politica, può e deve partire dalle buone pratiche adottate in famiglia.

Le microplastiche sono presenti ovunque.

Anche nell’acqua che bevi dal rubinetto.
Allora prendi quella in bottiglia e te la porti via per berla durante il giorno.
Ma nel 93% dei casi sono presenti anche lì.  E le acque in bottiglia rappresentano uno dei principali inquinanti. Possono impiegare fino a 1000 anni per degradarsi se lasciate in discarica. Se bruciate negli inceneritori, possono rilasciare sostanze come la diossina. Se interrate, possono inquinare con metalli pesanti terreni e falde acquifere.

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Ridurre l’impatto ambientale.

Usiamo la testa. Ragioniamo sull’acqua e su possibili soluzioni. Attenzione ai rifiuti prodotti ed alla loro corretta differenziazione e pratichiamo uno shopping sostenibile.
Che se non privilegia piccoli produttori a km zero, sostiene quei prodotti e quei brand che si stanno impegnando a proporre prodotti con packaging più riciclabili, meglio ancora se bio.

Perché se le plastiche biodegradabili rappresentano al momento l’1% del volume di plastica prodotta nel mondo, per noi vuol dire che c’è ancora tutto un mondo di buone prassi da adottare.
Con la bioplastica da amido (di riso, mais, grano, patate, manioca), ma anche da cuticola delle piante (come quella ricavata dalla buccia di pomodoro), dalle fibre ottenute dai funghi; o dalle proteine animali come cheratina, fibroina, caseina (ad esempio si può produrre seta ottenuta dalle fibre del latte in sostituzione dei tessuti sintetici), chitosano (estratto dall’esoscheletro di insetti e crostacei, sperimentato per formare rivestimenti isolanti dall’acqua).

Tutto si può usare e riusare.
Economia circolare. Zero rifiuti.

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Monia Donati

Direttore responsabile. Giornalista, esperta in comunicazione e marketing, curiosa del mondo.


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