C’è ancora speranza per le barriere coralline

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L’aumento delle temperature e l’impatto dell’uomo hanno danneggiato, spesso in modo irreversibile, la gran parte delle barriere coralline della Terra. Veri e propri ecosistemi che, non a caso, vengono anche chiamati le foreste pluviali del mare per la ricchezza e la varietà delle specie che le popolano.

Si stima che le barriere coralline occupino appena lo 0,1% dell’area superficiale oceanica, ma che nonostante questo ospitino circa il 25% di tutte le specie marine. Ecco perché la loro tutela e la loro salvaguardia sono così prioritarie.

Tra i pericoli maggiori per le barriere coralline c’è El Niño, un fenomeno climatico periodico che coinvolge la regione dell’Indo-Pacifico (Oceano Indiano, l’Oceano Pacifico, il Mar Rosso e il Sud-est Asiatico). Fenomeno che provoca un anomalo riscaldamento delle acque oceaniche, oltre a conseguenze più o meno gravi che si riflettono anche sulla terraferma con inondazioni, siccità o perturbazioni violente a seconda delle aree e dei periodi.

El Niño torna ciclicamente ad intervalli che si sono intensificati nel corso degli ultimi decenni e coinvolge proprio quell’area dell’Indo-Pacifico in cui si trova il 91,9% delle barriere coralline del Mondo. I fenomeni che più danni hanno fatto a questi ecosistemi si sono registrati tra il 1982 e il 1983, tra il 1997 e il 1998 e tra il 2014 e il 2017.

Cosa succede ai coralli?

Il fenomeno de El Niño, unito anche all’impatto dell’uomo, è stato ed è responsabile del cosiddetto sbiancamento dei coralli. Qui occorre fare una breve premessa. La colorazione dei coralli è data dalla simbiosi dei polipi che lo compongono e delle alghe unicellulari fotosintetizzanti. Queste alghe eseguono la fotosintesi e producono nutrimento per i polipi in un ciclo continuo che garantisce ai coralli di rimanere in vita.

Foto di Arhnue Tan da Pixabay

L’aumento delle temperature va ad interrompere questo processo di fotosintesi e le conseguenze sono facilmente immaginabili. I polipi, non ricevendo più nutrimento, espellono le alghe e quindi sono destinati a morire di fame. L’espulsione delle alghe porta anche alla perdita della colorazione. Da qui, in modo semplificativo, si parla di sbiancamento dei coralli.

L’ultima grave fase dell’ENSO (El Niño-Oscillazione Meridionale) si è verificata tra il 2014 e il 2017. In questi tre anni centinaia di barriere coralline tra l’Oceano Indiano e l’Oceano Pacifico hanno perso la loro colorazione e sono state danneggiate in modo irreparabile.

Non tutto è perduto.

La buona notizia, però, è che non tutto è perduto. Oltre 80 scienziati marini hanno unito i propri sforzi e condotto un lungo e approfondito studio su oltre 2.500 barriere coralline in 44 paesi del mondo nella regione Indo-Pacifica, prima e dopo l’ultima grande fase de El Niño. E hanno scoperto che circa 450 barriere coralline tra l’Africa Orientale, il Sud-Est Asiatico, il Triangolo dei Coralli e il Pacifico sono riuscite a sopravvivere senza particolari conseguenze a questo aumento improvviso delle temperature creando una sorta di bolla più fredda che non è stata influenzata dal riscaldamento.

Queste 450 barriere coralline sono quelle su cui concentrarsi nei prossimi anni. La dottoressa Emily Darling, leader del programma della Wildlife Conservation Society che si occupa del monitoraggio delle barriere coralline, ha confermato che c’è ancora speranza. “La buona notizia è che le barriere coralline funzionanti ci sono ancora e il nostro studio ha dimostrato che non è troppo tardi per salvarle“.

La speranza, però, risiede in un elaborato e complesso piano che gli scienziati coinvolti in questo studio hanno suddiviso in tre fasi – protezione, recupero e trasformazione – profondamente legate tra loro.

Pubblicata su Twitter dalla dottoressa Emily Darling.

Salviamo  le barriere coralline: il piano in tre fasi.

Fase 1: protezione.

Questa fase riguarda quelle barriere coralline riuscite a sopravvivere al fenomeno de El Niño del 2014-2017, circa il 17% di quelle oggetto dello studio. Queste barriere si trovano in 22 diversi paesi e proprio per questo è necessario uno sforzo locale e internazionale.

Una barriera corallina funzionante è in grado di salvaguardare la diversità, la biomassa dei pesci e la crescita della stessa barriera corallina che sarà anche in grado di avere un impatto positivo anche sulle barriere limitrofe e già danneggiate, come già accertata da uno studio pubblicato nel 2017.

Photo by Q.U.I on Unsplash

Quello che bisogna fare, a livello locale ma anche tramite un coordinamento internazionale, è ridurre tutte quelle pratiche che influiscono negativamente sulle barriere coralline, dalla pesca intensiva all’inquinamento, senza dimenticare lo sviluppo veloce e massiccio.
L’obiettivo è limitare il più possibile le emissioni di carbonio e fare in modo di influire il meno possibile sull’aumento della temperatura, considerando che anche soltanto 1.5 gradi Celsius in più possono rivelarsi distruttivi per le barriere coralline.

Fase 2: recupero.

La fase di recupero riguarda le barriere coralline attive e funzionanti prima degli eventi de El Niño del 2014-2017. Per queste – si parla del 54% delle barriere coralline analizzate dal gruppo di scienziati – potrebbe non essere troppo tardi, ma è necessario agire con urgenza.
Anche per questa fase valgono le stesse raccomandazioni, più urgenti in questo caso. Se è vero infatti che una barriera corallina viva e funzionante è in grado di influenzare positivamente quelle limitrofe, è altrettanto vero che ridurre l’impatto dell’uomo è più prioritario che mai.

A dover intervenire, però, sono quelle società che dipendono proprio dalle barriere coralline e dagli ecosistemi di cui sono parte integrante. E se queste società sono restie ad imporre degli interventi, dovrà essere la comunità internazionale a muoversi in questo senso in uno sforzo globale che non si può più rimandare.

Fase 3: trasformazione.

La fase di trasformazione dovrebbe andare a coinvolgere quelle strutture che dipendono ancora dalle barriere coralline ormai non più funzionanti – circa il 28% delle barriere coralline analizzate – come resort, spiagge e siti turistici.

Le strutture e le amministrazioni locali dovrebbero contribuire alla protezione delle barriere coralline istituendo delle aree marine protette o applicando delle restrizioni che ne inibiscano l’accesso e le visite in determinati periodi o, ancora, riducendo la dipendenza dei pesci che continuano a vivere nelle zone delle barriere coralline.
In questo modo, anche se non si riuscirà a limitare del tutto le emissioni di carbonio, si potrebbe però contenere l’aumento delle temperature che così tanti danni ha fatto e continua a fare. Secondo il gruppo di scienziati, infatti, anche in questo caso le speranze non sono del tutto sfumate, anche se le proposte suggerite sono tutt’altro che realizzabili nel breve periodo.

Photo by Marek Okon on Unsplash

Sarà necessario, infatti, investire in mezzi di sussistenza alternative, capacità di adattamento e soprattutto educazione. Solo così si smetterà di dipendere da questi ecosistemi ormai profondamente danneggiati e si potrà sperare in un ripristino delle stesse.

Se la sostenibilità delle barriere coralline dipende in gran parte dalla riduzione delle emissioni di carbonio, identificare le barriere più propense a rispondere – o, più importante, non rispondere – alle gestioni locali è critico per delineare strategie di sviluppo e gestione che portino dei benefici anche alle milioni di persone che oggi dipendono proprio dalle barriere coralline da una parte all’altra del Mondo.
(Dr. Georgina Gurney dell’ARC Centre of Excellence for Coral Reef Studies)

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Daniele Particelli

Giornalista pubblicista con la passione per i viaggi, l'ambiente e la politica.


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