Animali in via estinzione: a chi e perché dobbiamo chiedere scusa

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Un milione di specie, tra animali e vegetali, sono a rischio estinzione in un prossimo futuro.
Questa è la triste conclusione annunciata in un panel ONU su biodiversità e servizi ecosistemici.
Le cause sono sempre le stesse: deforestazione, inquinamento, eccessivo sfruttamento delle risorse.
A cui certamente ha anche contribuito la diffusione delle specie aliene.

E allora diremo addio a tanti animali di cui magari neanche conosciamo l’esistenza, ma che certamente portano ricchezza e diversità al nostro ecosistema.
Alcune di queste specie in estinzione in realtà le conosciamo molto bene e se il pesante verdetto parla di un prossimo futuro, per alcuni degli animali indicati di seguito l’estinzione potrebbe essere davvero vicina se non avviene in fretta un giro di boa.

Foto di Pexels da Pixabay

Animali in via di estinzione: cosa possiamo (o dobbiamo) fare.

Secondo il rapporto Onu salvare le specie in via di estinzione sarebbe possibile garantendo la sicurezza del territorio e dell'acqua, nell'ottica del raggiungimento degli obiettivi climatici stabiliti a Parigi con l'Agenda 2030 e spostando il focus delle economie sulla comprensione della natura come elemento di sviluppo.
In pratica l'indicazione è quella di spostare il budget che va ad incentivare energia, pesca, agricoltura e selvicoltura, da progetti di sfruttamento a tutela e ripristino della natura.
Stiamo erodendo le fondamenta delle nostre economie, di ciò che ci dà lavoro, della sicurezza alimentare, della salute e della qualità di vita in tutto il mondo - il quadro fotografato da sir Robert Watson, direttore della IPBES, che ha condotto la valutazione globale - La mia più grande preoccupazione è la condizione degli oceani. La plastica, le zone morte, la sovrapesca, l’acidificazione… stiamo devastando gli oceani, alla grande” (dichiarazione a National Geographic).
Dobbiamo ancora una volta, cambiare passo, farne uno in avanti per in realtà farne uno per tornare indietro: indietro al rispetto, al vivere secondo le leggi di natura, senza dominarla, spadroneggiando.
Una best practice, sostenuta anche dall'evidenza che la natura gestita dalle persone indigene e comunità locali, è, generalmente, in condizioni migliori da quella che viene invece gestita da stati o aziende.
Le persone indigene possiedono, gestiscono, usano o occupano almeno un quarto delle terre emerse del pianeta: 300 milioni di persone vivono nelle foreste e tra di loro ci sono 60 milioni di persone appartenenti a popolazioni indigene. Eppure non vengono protetti e riconosciuti loro alcuni diritti come l’ordinamento fondiario e la loro profonda conoscenza del territorio come i valori che li muovono non vengono inclusi nelle decisioni dei Governi. Questo deve cambiare, secondo gli esperti che hanno redatto il report.

Photo by Loïc Fürhoff on Unsplash

Animali in via di estinzione: chi sono.

I koala, lo sappiamo, sono già a rischio da un po’. Sono gli animali più pigri e lenti del pianeta. Si è provato di tutto per farli accoppiare, ma ora sarebbero funzionalmente estinti. Significa che con non più di 80.000 esemplari rimasti in Australia, non c’è un numero sufficiente di coppie capaci di garantire una procreazione utile alla sopravvivenza. E, poi, muoiono presto: la loro vita è di qualche anno invece di 10, come sarebbe l’aspettativa. Colpa di inquinamento e incidenti stradali. E si chiede al Governo di varare una legge per tutelare gli habitat, ma anche ai cittadini di adottare degli esemplari per preservarli da morte prematura.
Il tonno rosso, meglio conosciuto come tonno dalla pinna blu, che al contrario è uno dei pesci più veloci presenti sulla Terra, non riesce a sfuggire dalla voglia di sushi che ne ha fatto diminuire il numero del 96% nel Pacifico del nord.
Sempre a causa dei nostri peccati di gola, a rischio è anche lo storione, sopravvissuto a due estinzioni di massa, al meteorite che forse ha ucciso i dinosauri e che ora sta per soccombere a causa della voglia di caviale, che si ottiene dalle sue uova.

A tavola finiscono molti altri animali.
Nei ristoranti cinesi anche gli uccelli del riso o zigolo dal collare, la cui zuppa è considerata un ottimo rimedio detox, ma la cui conta segna un -95%. E il pangolino, mammifero notturno mangiatore di formiche, la cui caccia è vietata, ma che viene considerato una prelibatezza a tavola e un toccasana per uso medico. Anche questo, fortemente a rischio.
Stessa sorte per la salamandra gigante, con un calo della popolazione dell’80%.

In Abruzzo ci sono gli orsi, o forse sarebbe meglio dire c’erano. Perché l’orso marsicano, simbolo dell’Aquila, conta 50 esemplari. Se non cambia qualcosa il suo countdown terminerà nel 2050.

Photo by Pavel Nekoranec on Unsplash

Delle api non parliamo neanche. Solo in Europa 4mila colture esistono grazie alle api.
Scoiattoli rossi, pipistrelli, ricci. Uno scenario che delinea la sesta estinzione di massa. Ma che questa volta è tutta per colpa nostra.
La tigre siberiana, maestosa, spaventosa se ruggisce, conta meno di 4.000 esemplari sfuggiti a bracconaggio e perdita di habitat. E poi l’elefante di Sumatra, l’orango di Sumatra, il leopardo di Amur, il coccodrillo delle Filippine, il panda gigante dell’acqua, che è in realtà una focena, ovvero un piccolo cetaceo. Ma pure la lontra, i prolemuri dal naso grosso del Madagascar.

Photo by Marija Zaric on Unsplashbiodi

E i rinoceronti di Giava che, secondo l’ultimo censimento del governo indonesiano, alla fine del 2017 erano rimasti in 67 esemplari, fra cui 37 maschi e 30 femmine. Più grave ancora la situazione del rinoceronte bianco (Ceratotherium simum cottoni): dopo la morte in cattività di Sudan, l’ultimo maschio sopravvissuto, ora restano in vita solamente due femmine, l’estremo tentativo per evitare la definitiva scomparsa è una difficile e sperimentale tecnica di fertilizzazione in vitro.

 

 
 
 
 
 
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Un post condiviso da Davide Toffolo (@davideltofo) in data:

Scusa mondo.
Partiamo da questo. Ma non perseveriamo nell’errore.
La biodiversità è la ricchezza della terra stessa. Per il suo equilibrio, sostenibilità e bellezza.
In un mondo proiettato al futuro, la difesa e tutela dell'esistente sono espressioni di forza, non debolezza.
E se questo spirito non ci anima e convince, pensiamo che "Questa perdita è un risultato diretto dell’attività umana - come ha detto Josef Settele, biologo tedesco che ha partecipato allo studio - e costituisce una minaccia diretta per il benessere umano in tutte le regioni del mondo".

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