Addio garante dei lettori, a chi interessa il giornalismo di qualità?

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Luigi Di Fonzo
Direttore responsabile. Giornalista professionista, poeta, saggista, esperto di musica pop-rock, ama leggere e viaggiare. Due azioni complementari: spesso grazie alla lettura viaggia anche se è a letto e spesso legge mentre è in viaggio. Colleziona fumetti, in primis quelli di Andrea Pazienza e Hugo Pratt.

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Foto di CoWomen da Pexels

In Italia non esiste più un garante dei lettori. Dal 20 ottobre, l’unica “public editor” del panorama giornalistico italiano – Anna Masera del quotidiano La Stampa – ha accettato la proposta di pre-pensionamento offertole dall’editore (leggi qui il suo commiato ai lettori). A tuttora non è dato di sapere se la “difensora” dei lettori – ovvero la giornalista che raccoglieva le proteste e le lamentele dei lettori su notizie ritenute non veritiere, esageratamente strillate, montate ad arte o addirittura scritte a fini pubblicitari -, verrà sostituita da un altro garante.

Anna Masera lascia la redazione (foto tratta dal suo profilo Fb)

La supremazia dei social media

Ma perché dobbiamo ritenere importante la presenza di un garante dei lettori nei quotidiani cartacei, che oramai sembrano avviati a morte lenta? Non sarebbe invece più importante che fossero proprio i social network a garantire con una figura professionale alta la veridicità delle notizie che vengono postate e diffuse dalle loro piattaforme? Nel 2007 i quotidiani erano letti dal 67% degli italiani, ridottisi al 29,1% nel 2021 (-8,2% rispetto al 2019). La versione online di questi è però passato dal 21,1% al 28,3%, con una crescita inferiore a due punti percentuali negli ultimi due anni. Che fine hanno fatto milioni di lettori? I quotidiani cartacei non hanno mai conquistato i giovani (il 5,9% nel 2021, con un ulteriore decremento del 2,3% negli ultimi due anni) e si rivelano uno strumento di accesso alle notizie soprattutto per i più anziani (il 18,8% degli ultra sessantacinquenni). Vanno male anche i settimanali (-6,5% nel biennio) e i mensili (-7,8%). Dal 2007 al 2021 scende di poco la fruizione della TV (tradizionale e satellitare, passata dal 93,1% all’87,9%); quella della TV via Internet ‒ web & smart TV ‒ avanza dal 10% al 41,9%, con una crescita di circa 7 punti solo nell’ultimo biennio. Idem per la radio: quella tradizionale va dal 53,7% al 48,8%, quella da telefono cellulare dal 3,6% al 23,8%, da Internet per mezzo del PC passa dal 7,6% al 20,2%. Su internet prosegue anche il successo dei podcast: si è passati dai 12 milioni di ascoltatori nel 2019 ai 13,9 milioni nel 2020, un aumento di quasi due milioni di persone. Da sottolineare che, ad oggi, il 90% dei podcast si ascolta in modalità gratuita. I social media come fonte di notizie (sempre secondo l’ultimo Digital News Report del Reuters Institute) sono più o meno stabili al 41%. Le prime sei piattaforme utilizzate sono Facebook, Twitter, Whatsapp (di Facebook), Youtube (Google), Messenger (di Facebook) e Instagram (di Facebook). Il pubblico più giovane utilizza i social media come mezzo principale per accedere alle notizie. E il 68% delle persone riceve e notizie sugli smartphone, il doppio rispetto a nove anni fa.

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Tra pandemia e infodemia

Durante il primo lockdown, la maggioranza degli italiani ha privilegiato l’informazione istituzionale, quella dei Tg, utilizzati mediamente dal 60,1% per informarsi negli ultimi 7 giorni precedenti la rilevazione; ai due estremi ci sono i 66-80enni col 73,2% e i 30-44enni con il 39,5%. Segue il social network più popolare, Facebook (30,1%). I motori di ricerca (a cominciare da Google) sul fronte dell’informazione hanno attratto il 22,9% degli utenti (+2,2% tra il 2019 e il 2021) e quasi un terzo dei più giovani (il 30,5%, con un aumento del 3,7%). In coda i quotidiani.

Parassitismo digitale

Il termine è stato coniato dal sociologo Luciano Petullà, ma è Pier Luca Santoro, project manager di DataMedia Hub, ad averlo adattato alla realtà dei quotidiani: «L’uso demenziale dei social da parte dei principali editori di quotidiani non paga affatto», spiega Santoro in un’intervista rilasciata all’Atlante Treccani. «Ogni giorno condividono migliaia di articoli ‒ spesso scritti male e titolati peggio ‒ nelle loro fanpage su Facebook, sperando di portare traffico di utenti verso il proprio sito. E cosa succede? Le persone leggono esclusivamente le anteprime sui social e si ritengono informate. D’altra parte è quello che capita con i giornali di carta: moltissimi guardano solo i titoli. Vivono solo di parassitismo digitale». Durante la pandemia il comportamento dei quotidiani non è cambiato: il copia e incolla dei link prosegue tutt’oggi, e quando dalla pagina social si apre l’articolo compare quasi sempre una richiesta di abbonamento a costo davvero irrisorio. Una politica che non sta dando i risultati sperati.

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Ma il declino dei giornali è anche morale

Come sottolinea Anna Masera nel suo ultimo articolo, «il declino dei giornali è anche morale: la tendenza è quella di abbandonare l’attenzione alla deontologia per acchiappare clic nella speranza di alimentare la magra raccolta pubblicitaria. La conseguenza? La fiducia generale del pubblico nelle notizie è bassa». Rimettere i lettori al centro, dunque, e puntare su un’ecologia dell’informazione, la ricetta suggerita dalla stessa Masera, che nell’immagine postata sul suo profilo Facebook sembra una manager della Lehman Brothers in fuga dall’ufficio. «C’è bisogno di un giornalismo di servizio e meno di opinione (…). Infine, c’è bisogno di un’informazione pubblica di qualità (…). Il rischio della fine del modello pubblicitario è che se il giornalismo di qualità sarà tutto a pagamento, chi non avrà l’accesso sarà tagliato fuori, preda facile della disinformazione. Si credeva che Internet avrebbe aperto l’accesso a tutti alla conoscenza, si rischia di richiuderlo: un nuovo feudalesimo dove solo un’élite è bene informata». C’è bisogno di giornalismo di qualità, non di giornali.

 

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